Mercati

Roubini: l’impatto sui mercati della guerra in Iran

L’evoluzione del conflitto tra Iran e Stati Uniti continua a rappresentare una delle principali fonti di incertezza per i mercati finanziari internazionali. In questo contesto, l’economista Nouriel Roubini, soprannominato “Dr. Doom” per le sue previsioni spesso pessimistiche ma puntualmente seguite dagli investitori, ha delineato quattro possibili scenari futuri e i relativi effetti sull’economia mondiale e sulle Borse.

Secondo Roubini, molti investitori starebbero sottovalutando i rischi reali del conflitto, continuando a scommettere su una rapida soluzione diplomatica e su una crescita trainata dall’intelligenza artificiale. Una lettura che, secondo l’economista, potrebbe rivelarsi troppo ottimistica.

Guerra Iran: mercati troppo fiduciosi su una soluzione rapida

Nonostante le tensioni geopolitiche, i principali indici azionari hanno recentemente recuperato terreno, tornando su nuovi massimi. Questo andamento riflette la convinzione di molti operatori che il conflitto possa risolversi rapidamente senza conseguenze economiche rilevanti. Roubini, però, mette in guardia da questa visione: secondo lui i mercati stanno sottostimando la possibilità di un’escalation e gli effetti che questa potrebbe avere su inflazione, crescita globale e stabilità finanziaria.

Scenario 1: accordo di pace e riapertura dello Stretto di Hormuz

Nel primo scenario ipotizzato, Stati Uniti e Iran riuscirebbero a raggiungere un accordo diplomatico che porti alla fine del conflitto e alla riapertura dello Stretto di Hormuz, uno dei passaggi strategici più importanti per il commercio mondiale di petrolio. Tuttavia, Roubini considera questa ipotesi poco probabile, poiché le posizioni delle due parti resterebbero ancora molto distanti e un’intesa richiederebbe negoziati lunghi e complessi.

Anche in caso di pace, i mercati energetici non tornerebbero completamente alla normalità: il prezzo del petrolio potrebbe restare stabilmente più alto rispetto ai livelli precedenti al conflitto, con un aumento stimato tra il 15% e il 20%, a causa del rischio percepito di nuove tensioni future.

Scenario 2: negoziati lunghi e Stretto ancora chiuso

Il secondo scenario è quello di una fase di stallo, con negoziati prolungati e nessuna soluzione immediata. In questo caso lo Stretto di Hormuz resterebbe chiuso per mesi, con conseguenze dirette sul mercato energetico globale. Il blocco delle rotte petrolifere provocherebbe un aumento dei prezzi del greggio, con effetti immediati su inflazione e costi di produzione. L’economia mondiale entrerebbe così in una fase definita di “stagflazione”, caratterizzata da crescita lenta e prezzi in aumento.

Roubini sottolinea che si tratta di uno scenario già in parte visibile oggi e considerato instabile, destinato comunque a non durare a lungo proprio per la pressione economica globale che genererebbe.

Scenario 3: escalation militare e possibile crollo del regime iraniano

Il terzo scenario prevede un’escalation del conflitto, con un coinvolgimento più diretto delle forze militari e una strategia volta a indebolire o far collassare il regime iraniano. In questo caso, l’obiettivo sarebbe quello di costringere l’Iran a interrompere le attività di arricchimento nucleare e a riaprire lo Stretto di Hormuz senza condizioni, oppure provocare un cambio di regime.
Secondo Roubini, questo scenario potrebbe teoricamente risultare positivo per la stabilità globale nel lungo periodo, ma comporta un elevatissimo rischio di instabilità nel breve termine, con possibili reazioni imprevedibili da parte di Teheran.

Scenario 4: shock energetico e recessione globale

Il quarto scenario è il più negativo ed è considerato il vero “worst case”. In caso di ulteriore escalation, l’Iran potrebbe reagire colpendo infrastrutture energetiche strategiche e mantenendo chiuso lo Stretto di Hormuz. Questo porterebbe a un forte shock sul mercato del petrolio, con prezzi che potrebbero arrivare fino a 200 dollari al barile o anche oltre. Le conseguenze sull’economia globale sarebbero molto pesanti: inflazione fuori controllo, rallentamento della crescita e possibile recessione mondiale.

In questo scenario, sottolinea Roubini, i mercati azionari entrerebbero in una fase di forte ribasso, con una possibile bear market globale, simile alle crisi energetiche degli anni ’70. Nonostante i rischi evidenziati, una parte degli investitori continua a puntare su una rapida stabilizzazione del quadro geopolitico, sostenuta anche dalle aspettative legate alla crescita dell’intelligenza artificiale e alla trasformazione digitale dell’economia.

Roubini però invita alla cautela: secondo lui, l’idea che la tecnologia possa compensare completamente gli effetti di una crisi energetica e geopolitica è eccessivamente ottimistica.