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Continua inarrestabile la fase di aumento del debito globale che, alla fine del primo trimestre dell’anno, ha raggiunto un nuovo massimo storico, sfiorando i 353mila miliardi di dollari. A certificare il dato è il nuovo Global Debt Monitor dell’Institute of International Finance (IIF), secondo cui l’aumento di oltre 4.400 miliardi nei primi tre mesi rappresenta la crescita più rapida dalla metà del 2025 e il quinto incremento trimestrale consecutivo.
Debito globale, i protagonisti
Il rapporto evidenzia come la crescita del debito mondiale proceda a velocità differenti tra le varie aree economiche. In termini nominali, il contributo maggiore continua ad arrivare da Stati Uniti e Cina, pur con caratteristiche profondamente diverse. Negli Usa l’espansione dell’indebitamento è alimentata soprattutto dal settore pubblico: il debito federale ha ormai oltrepassato quota 38mila miliardi di dollari, pari a circa il 124% del Pil, sostenuto da una spesa crescente destinata a difesa, sicurezza energetica, transizione tecnologica, cybersicurezza e investimenti collegati all’intelligenza artificiale. Non a caso, Washington si conferma il principale motore dell’aumento del debito globale, mentre negli altri mercati avanzati il livello complessivo dell’esposizione finanziaria mostra segnali di lieve ridimensionamento.
Diversa la situazione cinese. A Pechino la spinta arriva soprattutto dalle imprese non finanziarie, molte delle quali controllate dallo Stato, che nel primo trimestre hanno accelerato il ricorso al credito a un ritmo ben superiore rispetto a quello del debito sovrano. La Cina resta così l’altra grande protagonista dell’espansione della leva globale, in un contesto in cui il rapporto debito/Pil mondiale rimane stabile intorno al 305%, livello sostanzialmente invariato dal 2023 secondo l’Institute of International Finance.
L’Europa continua invece a presentare un profilo relativamente più prudente sul fronte dei conti pubblici. Nell’area euro il debito governativo si colloca mediamente al 92,7% del Pil, anche se non mancano segnali di deterioramento in alcune economie. Tra queste figura l’Italia, dove il rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo è salito al 140,6%, rispetto al 137,9% registrato un anno prima. Più contenuta invece la dinamica del settore privato: l’indebitamento delle famiglie resta fermo al 35,8% del Pil, mentre quello delle imprese è sceso al 57,8 per cento.
La crescita dell’esposizione finanziaria coinvolge anche i mercati emergenti. Escludendo la Cina, il debito ha raggiunto il livello record di 36.800 miliardi di dollari, trainato prevalentemente dalla spesa pubblica. Nel complesso, l’ammontare del debito dei Paesi emergenti è salito a 106,7 trilioni di dollari rispetto ai 97,1 trilioni di un anno fa, mentre il rapporto debito/Pil ha continuato a crescere fino al 229,4%, in controtendenza rispetto alle economie mature.
Tra i Paesi che hanno registrato i maggiori incrementi del rapporto debito/Pil figurano Norvegia, Kuwait, Cina, Bahrein e Arabia Saudita, tutti con rialzi superiori ai 30 punti percentuali. Nonostante il quadro di crescente pressione finanziaria e geopolitica, i mercati continuano però a mostrare un atteggiamento relativamente accomodante: gli spread obbligazionari restano vicini ai minimi degli ultimi decenni e la quota di emissioni sovrane collocate in valuta forte ha raggiunto circa il 10%, ben oltre la media del 4% osservata negli ultimi cinque anni.
Treasury Usa sotto osservazione
In questo contesto, a sollevare maggiori preoccupazione è la fuga degli investitori internazionali dal debito Usa. L’IIF rileva infatti una crescente domanda per titoli di Stato europei e giapponesi, mentre gli acquisti di Treasury americani risultano sostanzialmente stagnanti dall’inizio dell’anno.
“Ci sono segnali di diversificazione degli investitori internazionali lontano dai Treasury Usa”, ha spiegato Emre Tiftik, direttore Global Markets and Policy dell’IIF, durante la presentazione del report.
Il mercato dei titoli del Tesoro statunitensi, che vale circa 30mila miliardi di dollari, non presenta rischi immediati di stabilità. Ma il problema, secondo l’istituto, riguarda la traiettoria di lungo periodo. Le attuali politiche fiscali americane continuano infatti a spingere verso l’alto il rapporto debito/Pil, alimentando dubbi sulla sostenibilità futura dei conti pubblici.
Scenario diverso invece per eurozona e Giappone, dove gli indicatori di debito mostrano segnali di graduale riduzione.
Le nuove pressioni strutturali
Secondo l’IIF, le dinamiche di indebitamento non appaiono destinate a invertirsi nel medio-lungo periodo. L’invecchiamento demografico, l’aumento delle spese militari, la frammentazione geopolitica, la sicurezza energetica e gli investimenti infrastrutturali nell’intelligenza artificiale continueranno a esercitare una pressione crescente sia sui bilanci pubblici sia su quelli societari.
A complicare ulteriormente il quadro contribuiscono le tensioni geopolitiche. “Il recente conflitto in Medio Oriente rischia di intensificare molte di queste pression”, ha avvertito Tiftik. Per i mercati finanziari il tema centrale dunque ora capire fino a che punto gli investitori globali saranno disposti a continuare a finanziare l’espansione del debito americano senza pretendere premi di rischio più elevati. Un interrogativo che potrebbe ridefinire gli equilibri della finanza internazionale nei prossimi anni.