Economia

Debito globale verso il 100% del Pil nel 2029, ai massimi dal dopoguerra

Il debito pubblico globale è destinato a toccare il 100% del Pil entro il 2029, un livello che non si registrava dall’immediato secondo dopoguerra. È la previsione contenuta nell’ultimo Fiscal Monitor del Fondo Monetario Internazionale, che fotografa un progressivo peggioramento delle finanze pubbliche nonostante la resilienza dell’economia mondiale.

Dopo aver raggiunto il 93,9% del Pil nel 2025 (in aumento dal 92% del 2024), il debito globale è atteso salire al 95,3% nel 2026, al 97,2% nel 2027, al 98,8% nel 2028 fino a centrare la soglia simbolica del 100% nel 2029, con un ulteriore incremento al 102,3% entro il 2031.

Guerra ed energia: il nuovo shock fiscale

Al centro dell’analisi del Fondo c’è il conflitto in Medio Oriente, che ha introdotto nuove e rilevanti fonti di pressione: interruzioni nelle forniture energetiche, rialzi delle materie prime e condizioni finanziarie più restrittive. I governi si trovano così davanti a un dilemma sempre più stringente, tra il contenimento dell’inflazione energetica e la salvaguardia degli spazi fiscali.

L’impatto, osserva il Fondo, è fortemente asimmetrico tra Paesi importatori ed esportatori di energia, con effetti particolarmente pesanti per le economie emergenti e in via di sviluppo. In questo contesto, il rapido aumento del costo del debito rappresenta uno dei principali fattori di criticità: in appena quattro anni, i pagamenti per interessi sono passati dal 2% a quasi il 3% del Pil globale, comprimendo ulteriormente i margini di manovra dei bilanci pubblici.

Il Fiscal Monitor richiama esplicitamente i governi a una maggiore prudenza proprio mentre cresce la tentazione di ricorrere a politiche espansive in deficit per attenuare gli effetti della crisi energetica e geopolitica. Secondo il Fondo, il contesto attuale è caratterizzato da shock sempre più frequenti: negli ultimi vent’anni, ha osservato la vicedirettrice del dipartimento Affari fiscali Era Dabla-Norris, questi eventi sono diventati la norma più che l’eccezione, riducendo drasticamente lo spazio per ricostruire riserve di bilancio.

Non a caso, il cosiddetto fiscal gap, ossia la distanza tra i saldi primari effettivi e quelli necessari a stabilizzare il debito, si è progressivamente azzerato nell’ultimo decennio, segnalando un deterioramento strutturale dei conti pubblici.

Tassi più alti e vulnerabilità crescente

A rendere il quadro più fragile contribuiscono anche condizioni finanziarie più rigide rispetto al periodo pre-pandemico. I tassi di interesse, e quindi i costi di finanziamento, restano significativamente più elevati, mentre la crescita economica non mostra un’accelerazione sufficiente a compensarne gli effetti.
Secondo il Fondo, questo implica che il tempo a disposizione per rinviare il consolidamento fiscale si sta riducendo. Non si è ancora in presenza di una crisi del debito globale, ma la vulnerabilità complessiva è aumentata sensibilmente, rendendo più rischiosi eventuali ritardi nell’aggiustamento.
A ciò si aggiungono nuove fonti di instabilità: la crescente presenza di investitori non tradizionali, come hedge fund, e la riduzione delle scadenze medie del debito aumentano la sensibilità ai movimenti dei tassi nel breve periodo.

Petrolio e politiche pubbliche: evitare distorsioni

Il Fondo lancia anche un avvertimento sul fronte energetico: se i prezzi del petrolio dovessero restare sopra i 100 dollari al barile fino al 2027, il rischio di una recessione globale aumenterebbe sensibilmente.
In questo contesto, l’Fmi invita a evitare misure generalizzate come i sussidi ai carburanti o i tetti ai prezzi, ritenuti costosi, regressivi e distorsivi. Meglio, secondo l’istituzione, ricorrere a strumenti mirati e temporanei a sostegno delle fasce più vulnerabili, senza compromettere i segnali di prezzo necessari all’aggiustamento della domanda.
Analoghe cautele vengono espresse anche sulle imposte straordinarie sugli extraprofitti energetici, che sollevano criticità in termini di definizione della base imponibile e stabilità normativa.

Italia sotto osservazione

Tra le principali economie avanzate, gli Stati Uniti continuano a registrare disavanzi elevati, tra il 7% e l’8% del Pil, senza un chiaro piano di rientro, mentre la Cina mantiene un’impostazione fiscale espansiva per sostenere la domanda interna. In entrambi i casi, il debito è atteso crescere significativamente nei prossimi anni.
Anche l’Italia resta sotto stretta osservazione. Il debito pubblico si attesterà al 137% del Pil nel 2025, per poi salire fino a sfiorare il 139% nel 2027, prima di avviare una graduale discesa che lo riporterebbe sotto il 137% solo nel 2030. Al netto di casi particolari come Giappone e Singapore, si tratterebbe del livello più elevato tra le principali economie avanzate, anche considerando il marcato calo previsto per la Grecia.
Sul fronte dei conti pubblici, il deficit è atteso in progressiva riduzione: dal 3,1% del Pil nel 2025 al 2,8% nel 2026, fino al 2,6% nel 2027.
Per i Paesi con debito elevato, tra cui l’Italia, l’istituto di Washington sottolinea che non sono più sufficienti impegni generici: serve un percorso di consolidamento credibile. Nel caso italiano, le priorità individuate includono la razionalizzazione della spesa, il rafforzamento della compliance fiscale e il collegamento tra aggiustamento dei conti e politiche per la crescita, in particolare attraverso l’attuazione degli investimenti legati al Pnrr.

La necessità di scelte credibili

Nonostante il quadro complesso, il Fondo esclude che il mondo sia già entrato in una fase di crisi conclamata. Tuttavia, avverte che un approccio compiacente potrebbe rendere inevitabili aggiustamenti più bruschi in futuro.
La ricostruzione di margini fiscali viene indicata come una priorità, anche alla luce delle pressioni strutturali legate all’invecchiamento della popolazione, alla sicurezza energetica, alla difesa e alla transizione climatica. In questo scenario, rinviare le decisioni rischia di aumentare i costi dell’aggiustamento e di esporre le economie a shock futuri con minori strumenti di risposta.