Assicurazioni

L’Italia che verrà: tra ansia della longevità e paralisi previdenziale

C’è un’Italia che risparmia con fatica ma senza una bussola, stretta tra paura di invecchiare e incapacità di guardare lontano. La seconda edizione dell’Osservatorio Look to the Future, realizzato da Athora Italia in collaborazione con Nomisma, presentata oggi a Milano, fotografa un Paese affetto da “breve-terminismo”: sebbene la longevità spaventi tre italiani su quattro, la risposta prevalente resta la procrastinazione. Tra i falsi miti sul sistema pubblico e la sottostima del tempo che passeremo in pensione, emerge con forza il “costo del rimpianto” di chi avrebbe voluto agire prima, contrapposto alla soddisfazione di chi ha già scelto la previdenza complementare.

Un richiamo forte agli addetti ai lavori del settore assicurativo e finanziario, che si facciano portatori di fiducia colmando il gap comunicativo sul tema previdenziale affinché i risparmiatori possano acquisire una situazione patrimoniale più serena nel lungo periodo. Ne hanno discusso oggi Jozef Bala, CEO di Athora Italia, Silvia Zucconi, Direttore New Market Intelligence di Nomisma e Sergio Sorgi, sociologo e fondatore di Progetica.

La sfida comunicativa di Athora

“I dati dell’Osservatorio ci consegnano l’immagine di un’Italia che risparmia con sacrificio, ma che fatica a trasformare quel risparmio in un progetto di vita solido. Come Compagnia assicurativa abbiamo il dovere di comunicare che la previdenza complementare è una strategia per mitigare il rimpianto futuro e garantire quella serenità che, come dimostra la ricerca, appartiene oggi solo a chi ha saputo pianificare per tempo. Che sia la strada da percorrere ce lo dice chiaramente quel 91% tra i sottoscrittori di strumenti integrativi soddisfatti della scelta fatta. In continuità con gli insight emersi nella prima edizione della ricerca, si rafforza il bisogno di avvicinare il ruolo dell’assicuratore a vero consulente finanziario, capace di gestire non solo la longevità, ma anche l’imminente passaggio generazionale di ricchezza che interesserà miliardi di euro nei prossimi ann, ee troviamo anche conferma della necessità di implementare percorsi di educazione finanziaria rivolti soprattutto alle giovani generazioni, che aiutino a superare la sottovalutazione del tempo e la procrastinazione, supportando scelte più informate e consapevoli”, ha commentato Jozef Bala, CEO di Athora Italia.

Le contraddizioni degli italiani

La prospettiva di vivere a lungo genera infatti sentimenti contrastanti nel tessuto sociale italiano: se oltre la metà della popolazione in pensione guarda al futuro con ottimismo (63%), tra i non pensionati la longevità è spesso associata ad ansia e preoccupazione (29%). La ricerca evidenzia una contraddizione sociologica profonda, dove il timore per la perdita di vigoria fisica e autonomia prevale sulla pianificazione economica. Tre italiani su quattro (74%) si dicono preoccupati dalla prospettiva di una futura non autosufficienza, temendo soprattutto il carico di cura sui familiari, la necessità di modificare le proprie abitudini di vita e l’impegno economico.

Il dominio del “breve-terminismo”

Nonostante queste paure, prevale un diffuso “breve-terminismo”: solo l’8% dei non pensionati dichiara di aver già organizzato con cura la propria vita post-lavoro. Gli italiani attribuiscono al risparmio un valore centrale, ma adottano spesso strategie basate sul senso comune, più che sul buon senso: il 47% punta sulla riduzione delle spese non necessarie, agendo come accantonatori di risorse, ma senza una reale finalizzazione. Ci troviamo di fronte a un risparmio spesso “primitivo” e non pianificato. E tra chi non sta accumulando risorse economiche per la propria vecchiaia, il 53% ammette difficoltà ad accantonare risorse sufficienti.

La sottostima del tempo

Ma è la difficoltà di visione a riflettersi in una marcata sottostima del tempo e della realtà previdenziale. Oltre un terzo dei lavoratori prevede infatti di andare in pensione all’età di vecchiaia prevista di 65-67 anni. Parallelamente, solo un terzo (33%) di chi lavora immagina di trascorrere più di 20 anni in pensione, mentre chi ha già concluso l’attività lavorativa ha ben compreso che il tempo della longevità sarà molto più esteso (57%). A ciò si aggiunge un mix di sfiducia e scarsa conoscenza del sistema pubblico: il 70% dei non pensionati teme di non ricevere un assegno adeguato allo stile di vita desiderato e il 42% è convinto che i contributi versati oggi serviranno ad erogare le pensioni di domani.

Il problema della disattivazione

Eppure, la preoccupazione per il futuro non si traduce in attivazione: solo il 27% degli italiani dichiara di avere attivato un piano pensionistico integrativo, mentre il 36% dichiara che si attiverà, manifestando tuttavia una tendenza alla procrastinazione. A questo si accompagna l’ingenuità nel rapporto tra versamenti e prestazioni, dove si genera un’asimmetria: se il 36% di coloro che conoscono fondi pensione o PIP desidera un’integrazione superiore ai 700 euro mensili, la disponibilità media a investire rimane modesta, con il 75% che non sarebbe disposto a superare i 200 euro al mese.

Il costo del rimpianto

Un punto centrale dell’indagine è il cosiddetto costo del rimpianto: la ricerca mostra come la consapevolezza dell’importanza di una pianificazione tempestiva cresca con l’avanzare dell’età. La metà degli over 50 (50%) dichiara apertamente che avrebbe dovuto pensare alla propria previdenza complementare molto prima di quanto effettivamente fatto. Questo sentimento è confermato da chi è già in pensione: il 20% dei pensionati ammette che, potendo tornare indietro, pianificherebbe il pensionamento con molto più anticipo. Di contro, per il 27% che ha agito, l’assenza di rimpianto è totale: il 91% dei sottoscrittori di piani pensionistici si dichiara tra soddisfatto ed estremamente soddisfatto della scelta fatta.

Il grave gap informativo

Un ostacolo determinante alla pianificazione è rappresentato dalle modalità con cui gli italiani si informano. Nonostante la complessità della materia, solo il 21% degli italiani che non conoscono questi strumenti dichiara di voler approfondire attivamente il funzionamento dei prodotti previdenziali, contro il 45% dei poco o per nulla interessati. In questo vuoto informativo, le scelte vengono spesso delegate ad amici e parenti, ritenuti più attendibili rispetto alle figure professionali, o ci si affida alla consulenza bancaria o finanziaria. Questa tendenza a cercare risposte nel “senso comune” piuttosto che nelle competenze tecniche alimenta il rischio di scelte inefficienti, confermando l’urgenza di un nuovo modello di consulenza che sappia parlare un linguaggio diretto, empatico e quotidiano.