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A meno di diciotto mesi dall’insediamento per il secondo mandato di Donald Trump alla Casa Bianca, è possibile tracciare un primo bilancio – ancora provvisorio – degli effetti delle sue politiche economiche. A farlo è il nuovo approfondimento macroeconomico della rubrica Fucino Flash dell’Ufficio Studi di Banca del Fucino, che analizza l’andamento dell’economia statunitense nel 2025 alla luce delle scelte dell’amministrazione americana.
Il quadro che emerge dallo studio smentisce sia le previsioni più ottimistiche sia quelle più pessimistiche che avevano accompagnato il ritorno di Trump alla presidenza Usa con lo slogan Make America Great Again.
L’economia statunitense non è andata incontro al tracollo paventato da alcuni osservatori, ma allo stesso tempo non si sono materializzati i risultati più ambiziosi attesi dai sostenitori delle politiche della Casa Bianca.
Trump: un secondo mandato all’insegna della discontinuità
Fin dai primi mesi del nuovo mandato, la strategia economica della presidenza Trump si è caratterizzata per un forte cambio di tono rispetto al passato. Annunci di dazi commerciali su larga scala, successive sospensioni e correzioni di rotta, tensioni a Washington con la banca centrale e un approccio molto assertivo nelle relazioni internazionali hanno segnato il 2025.
Sul piano sostanziale gli obiettivi restano quelli che da anni attraversano il dibattito economico statunitense: rilanciare la manifattura nazionale, ridurre il deficit commerciale, contenere il debito pubblico e ridefinire il ruolo internazionale del dollaro.
Proprio da queste questioni parte l’analisi dell’ufficio studi della Banca del Fucino, che si pone una domanda centrale: quali risultati concreti hanno prodotto le politiche economiche della presidenza Trump nel corso del 2025?
L’economia tiene: crescita e occupazione restano solide
I dati consuntivi del 2025 mostrano un’economia americana complessivamente resiliente. La crescita del Pil a stelle e strisce si è attestata al 2,2%, mentre il tasso di disoccupazione è rimasto sotto il 4,5%. Anche sul fronte dell’inflazione le dinamiche sono state più contenute del previsto. Nonostante i timori di un’impennata dei prezzi a causa dei dazi sulle importazioni, l’inflazione media si è mantenuta inferiore ai livelli del 2024, pur con aumenti significativi su diversi prodotti intermedi e beni strumentali.
Un segnale positivo arriva inoltre dalla manifattura. Dopo oltre due anni di contrazione, la produzione industriale statunitense è tornata a crescere, con un aumento del 2,6% su base annua a gennaio 2026. Qualche miglioramento si registra anche nella bilancia commerciale complessiva, il cui deficit – pur rimanendo molto elevato a 901,5 miliardi di dollari – ha interrotto la forte tendenza all’aumento osservata nel 2024.
Molto più limitati, invece, i progressi sul fronte dei conti pubblici, dove deficit e debito pubblico restano sostanzialmente invariati.
Le aspettative dei sostenitori restano in parte deluse
Se i risultati non confermano le previsioni più negative, neppure le aspettative dei sostenitori della politica economica trumpiana risultano pienamente soddisfatte. Il caso più evidente riguarda proprio la manifattura. La produzione è tornata a crescere, ma l’occupazione nel settore è diminuita di circa 108 mila unità nell’arco di un anno, segnale che il rilancio industriale non si è tradotto in nuovi posti di lavoro.
Anche sul fronte commerciale il quadro è misto. Nonostante l’introduzione dei dazi, il deficit della bilancia commerciale dei beni è peggiorato, passando da 1.215,4 miliardi a 1.240,9 miliardi di dollari. Nel complesso, inoltre, la crescita economica e l’espansione dell’occupazione hanno rallentato rispetto all’anno precedente. I mercati finanziari hanno registrato performance meno brillanti, mentre il dollaro si è indebolito sensibilmente, perdendo circa il 15% rispetto all’euro, un elemento che pesa soprattutto sugli investitori internazionali.
Prospettive: incertezza all’orizzonte
Guardando ai prossimi mesi, lo scenario resta caratterizzato da un alto livello di incertezza. La politica dei dazi, uno dei pilastri della strategia economica della Casa Bianca, è stata contestata davanti alla Corte Suprema degli Stati Uniti, che ne ha messo in discussione alcuni aspetti. L’esito della controversia resta ancora da definire.
Allo stesso tempo, diversi negoziati commerciali cruciali – a partire da quelli con la Cina – non hanno ancora portato ad accordi definitivi. A complicare ulteriormente il quadro si aggiunge l’instabilità geopolitica legata alla guerra in Medio Oriente, che potrebbe avere ripercussioni significative sia sull’economia internaziojnale sia sui mercati finanziari, soprattutto nel caso di un prolungamento o di un allargamento del conflitto.
Un bilancio ancora provvisorio
Secondo gli analisti della Banca del Fucino sarà probabilmente necessario un orizzonte pluriennale per comprendere davvero la direzione dell’economia statunitense e valutare appieno gli effetti delle politiche della seconda amministrazione Trump.
Per ora il bilancio resta in equilibrio: su 15 indicatori economici analizzati, 7 mostrano un miglioramento, mentre 8 evidenziano un peggioramento. Un risultato che conferma come il primo anno della nuova presidenza abbia prodotto effetti contrastanti, lasciando aperti molti interrogativi sul futuro dell’economia della principale potenza mondiale.