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I prezzi del petrolio e del gas naturale continuano a correre sui mercati globali, spinti dalle tensioni in Medio Oriente. Martedì, i future sul greggio hanno registrato il secondo giorno consecutivo di forti rialzi dopo che l’Iran ha ordinato la chiusura dello Stretto di Hormuz, minacciando di attaccare qualsiasi tanker tenti di transitare attraverso questa via strategica.
Negli Stati Uniti, il greggio ha guadagnato circa il 7%, salendo a 76,31 dollari al barile, mentre il Brent, riferimento globale, ha registrato un balzo del 7,3%, a 83,39 dollari al barile. Solo questa settimana, i prezzi del petrolio sono aumentati di oltre il 14%, un’impennata legata al blocco del traffico di supertanker nello Stretto, che veicola circa il 20% del consumo mondiale di petrolio, con esportazioni dirette principalmente verso Cina, India, Giappone e Sud-est asiatico.
Gas naturale europeo sotto pressione
Anche il gas naturale europeo ha subito aumenti significativi: i prezzi del GNL sono saliti di oltre il 70% in una sola settimana, dopo che il Qatar ha interrotto temporaneamente la produzione a seguito di attacchi con droni da parte dell’Iran. Circa il 20% delle esportazioni mondiali di GNL proviene dal Golfo e transita anch’esso per lo Stretto di Hormuz, aumentando la vulnerabilità dei mercati energetici globali.
Gli strategist avvertono che, se lo Stretto dovesse rimanere chiuso a lungo, i prezzi del petrolio potrebbero superare i 100 dollari al barile, con possibili ripercussioni sull’economia mondiale. Gli sviluppi recenti segnano un’escalation regionale dei conflitti e potrebbero alimentare volatilità sui mercati, anche se al momento le politiche di sostegno e utili societari resilienti mantengono stabile il contesto economico globale.
Rischi e scenari per l’economia globale
Secondo gli esperti, i prezzi del petrolio fungono da principale canale di trasmissione dei rischi geopolitici: se restano intorno agli 80 dollari al barile, l’impatto sull’attività e sull’inflazione rimane contenuto; a 100 dollari, la crescita globale potrebbe rallentare di mezzo punto percentuale e l’inflazione aumentare di circa 2 punti. Storicamente, secondo UBP, gli shock petroliferi influenzano solo temporaneamente i mercati azionari, a meno che non causino crisi prolungate di domanda o liquidità.
Se il petrolio raggiunge i 100 dollari al barile, l’impatto sull’attività dovrebbe diventare più negativo, con un potenziale calo di quasi 0,5 punti percentuali della crescita globale e un possibile aumento di circa 2,0 punti percentuali dell’inflazione. Se si verificasse uno scenario di grave interruzione dell’approvvigionamento petrolifero e di chiusura prolungata dello Stretto di Hormuz, i prezzi del petrolio potrebbero raggiungere i 120 dollari al barile, il che potrebbe danneggiare gravemente la crescita attuale e potenzialmente spingere l’attività economica verso la recessione.