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Il termometro della tensione nel Golfo Persico torna a salire e riporta al centro dello scacchiere globale una domanda che da decenni accompagna ogni crisi con Teheran: l’Iran sigillerà davvero lo Stretto di Hormuz o la minaccia di farlo resterà un’arma retorica da brandire nei momenti di massimo confronto?
Nelle ultime ore il comandante delle Guardie Rivoluzionarie ha dichiarato che Hormuz “è chiuso” e che l’Iran colpirà qualsiasi nave tenti di attraversarlo. Un avvertimento diretto alle unità mercantili e militari in transito lungo quella che è considerata la più critica “strozzatura energetica” del pianeta. Ma dal fronte opposto gli Stati Uniti, tramite United States Central Command (Centcom), citato da Fox News, hanno precisato che “non c’è alcuna prova di un blocco formale” dello stretto.
Il braccio di ferro si gioca così, ancora una volta, sul filo della deterrenza. Lo Stretto di Hormuz è la valvola di sfogo di circa un quinto del petrolio mondiale e di una quota rilevante del Gnl diretto verso Asia ed Europa. Un’interruzione totale del traffico – anche solo temporanea – avrebbe un impatto immediato sui prezzi dell’energia, sulle catene di approvvigionamento e sulle aspettative inflazionistiche globali. Le borse reagirebbero in tempo reale; il barile potrebbe registrare fiammate improvvise; le compagnie di navigazione rivedrebbero rotte e premi assicurativi.
I giganti del container fermano le rotte
Al di là delle dichiarazioni, resta il fatto che ogni volta che Hormuz entra nel lessico della crisi, il mercato globale trattiene il fiato. Perché in quel braccio di mare largo poche decine di chilometri si concentra una delle leve più sensibili dell’equilibrio energetico mondiale. Secondo la U.S. Energy Information Administration, nel 2023 attraverso Hormuz sono transitati in media 20,9 milioni di barili al giorno, pari a circa il 20% dei consumi mondiali di liquidi petroliferi. Un’interruzione anche temporanea avrebbe effetti immediati su prezzi dell’energia, inflazione e catene di approvvigionamento.
Il timore dei mercati non è tanto una chiusura totale quanto una sequenza di attacchi mirati o azioni di disturbo capaci di rendere il passaggio troppo rischioso per armatori e assicuratori.
I primi effetti si sono giù visti. Ieri, la danese Maersk ha annunciato la sospensione dei transiti nello Stretto di Hormuz “fino a nuovo avviso”, mettendo in guardia su possibili ritardi nei servizi verso i porti del Golfo. Analoga decisione da parte della tedesca Hapag-Lloyd, che ha fermato le navi in transito per ragioni di sicurezza degli equipaggi. La francese CMA CGM ha disposto per le unità già presenti nell’area di dirigersi verso zone di sicurezza e ha sospeso il passaggio attraverso il Canale di Suez, optando per la circumnavigazione dell’Africa.
Anche MSC, primo operatore mondiale nel trasporto container, ha ordinato alle navi nel Golfo di dirigersi verso aree designate come sicure, in attesa di ulteriori sviluppi.
Il risultato è un massiccio reindirizzamento delle rotte attorno al Capo di Buona Speranza, con un allungamento dei tempi di viaggio di 10-15 giorni tra Asia, Medio Oriente, Mediterraneo e costa Est degli Stati Uniti, ma che dei costi assicurativi e logistici.
Cosa dicono gli analisti
Peter Sand, chief analyst della società di intelligence marittima Xeneta, avverte che i maggiori costi di trasporto nella regione medio-orientale dovranno essere messi in conto “per tutta la durata del conflitto”.
Non esistono alternative reali al trasporto via mare per i grandi volumi di merci: la deviazione delle rotte implica più carburante, più giorni di navigazione e minore disponibilità di capacità, con un inevitabile effetto rialzista sui prezzo di trasporto.
Se i blocchi delle petroliere dovessero anche solo rallentare i flussi energetici, il contraccolpo sui prezzi del greggio potrebbe spingere nuovamente le quotazioni verso quota 80 dollari al barile, alimentando nuove pressioni inflazionistiche in Europa e negli Stati Uniti.
Secondo Amrita Sen, fondatrice di Energy Aspects, una chiusura completa dello Stretto di Hormuz appare poco probabile per via della superiorità militare statunitense. Più realistico, invece, è uno scenario di attacchi sporadici che rendano il transito troppo rischioso.
È proprio questa incertezza a rendere i mercati “estremamente cauti”: anche senza un blocco formale, basta la percezione del rischio per fermare le navi, far schizzare i premi assicurativi e rallentare la circolazione delle merci.
Gnl sotto pressione, l’ipotesi di uno shock a tre cifre
Le simulazioni elaborate da Goldman Sachs indicano che, in caso di stop ai flussi attraverso lo Stretto di Hormuz per circa quattro settimane, le quotazioni del gas in Europa potrebbero impennarsi oltre il doppio dei livelli attuali. Attraverso quel corridoio marittimo transita quasi il 20% dell’offerta globale di Gnl, in larga parte proveniente dal Qatar: un’interruzione prolungata comprimerebbe l’offerta disponibile sui mercati europei e asiatici, con rialzi stimati nell’ordine del 130% e valori prossimi ai 25 dollari per milione di Btu, secondo quanto riportato da Bloomberg.
Più contenuto, invece, l’effetto sugli Stati Uniti, esportatori netti di gas liquefatto ma con terminal di liquefazione già operativi quasi al massimo della capacità. Resta infine il nodo dei prezzi al consumo: lo Stretto rappresenta un passaggio strategico per numerose commodity e, come avverte Codacons, un ulteriore shock logistico rischierebbe di trasferirsi a valle lungo la filiera, traducendosi in rincari sui listini al dettaglio.
Turismo e bollette, l’escalation pesa sulle famiglie italiane
L’aggravarsi del conflitto in Medio Oriente estende i suoi effetti ben oltre l’area interessata, con ripercussioni dirette anche sull’economia italiana. A preoccupare famiglie e imprese sono soprattutto due capitoli: viaggi e energia, tra rimborsi a rischio e nuove stangate sulle bollette. Il blocco degli spazi aerei e di hub strategici come Dubai, Doha e Abu Dhabi sta compromettendo i collegamenti verso Asia e Oceano Indiano. Migliaia di italiani diretti in Thailandia, Maldive e Mauritius rischiano di perdere quanto versato per voli e pacchetti.
Assoutenti denuncia il proliferare di contenziosi: diverse agenzie negano rimborsi senza penali in assenza di alert ufficiali della Farnesina, ma l’associazione ricorda che la normativa prevede la restituzione integrale in caso di impossibilità sopravvenuta della prestazione. Assoviaggi Confesercenti stima perdite per oltre 6,4 milioni di euro nel prossimo mese e sollecita interventi urgenti per sostenere il comparto.
Sul fronte energetico, l’impennata del gas – con rialzi superiori al 36% e nuovi massimi da febbraio 2025 – alimenta il timore di una nuova stretta sulle bollette.
Secondo Assium, i contratti a prezzo variabile subiranno rincari immediati, ma anche quelli a tariffa fissa potrebbero essere rivisti se il trend dovesse consolidarsi. Le simulazioni parlano chiaro: con un aumento moderato del 10% la spesa annua crescerebbe di 207 euro; con rincari del 20% sul gas e del 15% sull’elettricità l’aggravio salirebbe a 378 euro; nello scenario peggiore, con +30% e +25%, il conto potrebbe arrivare fino a 585 euro in più l’anno per nucleo familiare.
Un effetto amplificato dal fatto che il gas incide direttamente anche sui costi di produzione dell’energia elettrica.