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L’economia statunitense cresce, l’inflazione rallenta e i mercati finanziari restano complessivamente solidi. Eppure il dollaro continua a indebolirsi: la valuta americana ha perso quasi il 10% in un anno rispetto a un paniere di valute estere, proseguendo un trend ribassista iniziato nel 2022.
Il fenomeno appare controintuitivo. Con un PIL in espansione e prezzi in rallentamento, gli investitori dovrebbero premiare il biglietto verde. Invece accade il contrario. Negli ultimi dodici mesi il dollaro ha ceduto il 9,4% e nel 2025 aveva già registrato un calo vicino al 10% rispetto a un paniere standard di valute internazionali. Pur con fasi di rimbalzo, la tendenza resta chiaramente discendente dal 2022.
Per gli analisti di ING la spiegazione è evidente: il cosiddetto Sell America trade — la strategia di ridurre l’esposizione agli asset statunitensi — continua a guidare le scelte degli investitori globali.
Il lavoro rallenta e la Fed potrebbe tagliare i tassi
Uno dei principali fattori di pressione sulla valuta è il mercato del lavoro. Dati elaborati dagli economisti Lawrence Werther e Brendan Stuart della banca d’investimento Daiwa Capital Markets segnalano un indebolimento dell’occupazione e un ritmo di assunzioni meno dinamico.
Il tema è centrale perché tra i mandati della Federal Reserve c’è il sostegno al mercato del lavoro. Se i dati dovessero peggiorare, la banca centrale potrebbe ridurre i tassi per stimolare l’economia. Ma rendimenti più bassi rendono meno attraenti gli investimenti denominati in dollari, spingendo gli investitori a spostare capitali altrove.
Secondo Francesco Pesole, strategist del mercato valutario di ING, il danno è già visibile: la fiducia nel dollaro come bene rifugio si è indebolita e gli shock recenti hanno lasciato segni duraturi sulla valuta.
Una valutazione condivisa anche da George Vessey di Convera, secondo cui i mercati reagiscono in modo sempre più sensibile a qualsiasi segnale di debolezza economica statunitense. L’incertezza sulle politiche monetarie, unita alla volatilità dei mercati azionari legata anche alle tecnologie AI, alimenta un clima di prudenza. In questo contesto il dollaro perde progressivamente il suo tradizionale ruolo di rifugio.
Posizioni ribassiste ai massimi dal 2012
In mattinata, intanto, il cambio euro-dollaro si mantiene sopra quota 1,18, attestandosi a 1,1844. Dall’ultima rilevazione sul sentiment di mercato relativa a valute e tassi pubblicata da Bank of America emerge che a febbraio il posizionamento degli investitori sulla divisa statunitense è scivolato ai livelli più negativi da oltre quattordici anni. Le scommesse al ribasso sul dollaro hanno raggiunto i massimi dal gennaio 2012, mentre l’esposizione dei gestori di fondi si è ridotta fino a scendere sotto i minimi dello scorso aprile.
Tutto questo avviene mentre le tensioni legate all’indipendenza della Federal Reserve si sono in parte allentate dopo la scelta del presidente Donald Trump di affidarne la guida a Kevin Warsh, ma il cambio di vertice non ha alimentato né una maggiore domanda di dollari né un rinnovato interesse per gli asset americani. Gli operatori individuano piuttosto in ulteriori segnali di debolezza del mercato del lavoro statunitense il rischio principale per un nuovo indebolimento della valuta.
L’Europa torna attraente per i capitali globali
La crescente prudenza verso gli asset statunitensi emerge chiaramente anche nei flussi di investimento. In una recente conferenza con la stampa, il maggiore gestore patrimoniale europeo, Amundi, segnala una forte spinta alla diversificazione geografica dei portafogli.
In particolare, l’a.d. Valerie Baudson ha spiegato che l’incertezza geopolitica sta inducendo gli investitori a distribuire le risorse tra diverse regioni, settori e stili di gestione.
Il marcato indebolimento del dollaro sta influenzando in modo diretto le scelte sugli asset statunitensi. In una prima fase molti investitori si sono orientati verso l’oro come strumento di diversificazione, ma sempre più capitali si stanno dirigendo verso l’Europa.
“Stiamo osservando una serie di investimenti nel continente che rappresentano vere operazioni di diversificazione o strategie per ridurre la sensibilità al dollaro e agli asset americani”, ha spiegato Baudson durante la presentazione dei risultati del gruppo.