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Bitcoin: investitori scaricano la regina delle criptovalute, cosa succede

Continua l’ondata di vendite sul bitcoin. Durante il fine settimana, la valuta digitale ha rotto la soglia degli $80 mila, estendendo una fase correttiva che dura ormai da quattro mesi. In mattinata, le quotazioni si attestano intorno a  76 mila dollari, il 40% in meno circa dai massimi di ottobre, quando raggiunse i 126 mila dollari.

Il movimento ribassista non ha risparmiato le altre criptovalute. Ether ha registrato cali fino al 17%, mentre Solana ha segnato perdite analoghe. Secondo i dati di CoinGecko, nelle ultime 24 ore la capitalizzazione complessiva del mercato crypto si è ridotta di circa 111 miliardi di dollari. Parallelamente, Coinglass stima liquidazioni per 1,6 miliardi di dollari su posizioni sia long sia short, concentrate soprattutto su Bitcoin ed Ethereum.

Cosa c’è dietro la debolezza

Diverse le ragioni evidenziate dagli esperti alla base del sell-off, a partire dal quadro macro-finanziario statunitense. La designazione di Kevin Warsh come prossimo presidente della Federal Reserve viene letta dai mercati come un possibile ritorno a una linea più rigorosa nella lotta all’inflazione e nella difesa del dollaro. Prospettive di tassi reali elevati e liquidità meno abbondante rappresentano un contesto storicamente sfavorevole per Bitcoin, che non genera rendimento e prospera soprattutto in fasi di politica monetaria espansiva.

C’è poi un elemento ciclico che molti operatori non ignorano. Nella storia di Bitcoin, il secondo anno del mandato presidenziale statunitense ha spesso coinciso con fasi di marcata debolezza: è accaduto nel 2014, nel 2018 e nel 2022. Il 2026 si colloca nello stesso punto del calendario politico-monetario. Non si tratta di una regola ferrea, ma l’attenzione a questi schemi finisce per influenzare i comportamenti, amplificando i movimenti di mercato.

A complicare il quadro è arrivato, è stato il mutamento della struttura del mercato. Come fanno notare alcuni analisti, raggiunti i massimi storici, alcuni grandi detentori di lungo periodo hanno iniziato a smobilizzare posizioni accumulate a prezzi molto più bassi. Al loro fianco sono entrati investitori più tattici, meno inclini a sopportare oscillazioni prolungate. Quando il trend si è invertito, questa combinazione ha accentuato la velocità e l’ampiezza delle vendite.

“A volte queste correzioni finiscono per autoalimentarsi”, avverte Brian Jacobsen, chief economist di Annex Wealth Management, le difficoltà delle criptovalute vanno lette in un quadro più ampio. In questo contesto, ulteriori vendite nei prossimi giorni non sono da escludere.

Ritardi normativi

A pesare sul sentiment contribuiscono anche i ritardi nella definizione del quadro regolatorio statunitense sul mercato crypto, che hanno raffreddato l’appetito per gli asset digitali.

Secondo John Todaro, analista di Needham, i livelli attuali riflettono una “disaffezione estrema” da parte degli investitori retail, con volumi che potrebbero restare depressi ancora per uno o due trimestri. In assenza di catalizzatori positivi — macroeconomici, normativi o di mercato — la fase correttiva del Bitcoin rischia dunque di protrarsi, mettendo ulteriormente alla prova la credibilità della criptovaluta come asset strategico di lungo periodo.

Insomma, la fase di debolezza riaccende il dibattito sul ruolo del Bitcoin nei portafogli. L’asset, spesso presentato come copertura contro l’inflazione e la svalutazione delle valute fiat, non ha beneficiato né dell’indebolimento del dollaro osservato a gennaio né del rally dell’oro verso nuovi massimi storici. I deflussi dagli ETF spot proseguono, mentre i flussi “rifugio” continuano a privilegiare metalli preziosi e liquidità. “Oro e argento sono diventati il veicolo degli investitori preoccupati per le valute fiat”, conclude Louis Navellier di Navellier & Associates.