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Generali–Natixis, la maxi-joint venture si ferma: cosa significa davvero lo stop

Il progetto più ambizioso del risparmio gestito europeo si arena a un passo dal traguardo. Dopo mesi di trattative, pressioni politiche, esitazioni interne e un risiko bancario sempre più acceso, Generali e BPCE — la casa madre di Natixis — hanno deciso di interrompere ufficialmente il negoziato per creare una super-piattaforma da quasi 1.900 miliardi di euro di masse. Niente matrimonio, almeno per ora.

Uno stop che non arriva a sorpresa: il dossier, nell’ultimo anno, ha viaggiato più sul terreno delle sensibilità politiche e degli equilibri di potere che su quello delle sinergie industriali. E quando il tavolo si sposta in quell’area, il percorso si fa inevitabilmente più accidentato.

Generali-Natixis: accordo naufraga

Sulla carta, il progetto aveva una logica solida: unire due asset manager europei per creare un campione in grado di competere con i grandi gruppi globali, ottimizzando costi, piattaforme digitali e capacità di investimento. Ma la nota congiunta diffusa dai due gruppi è cristallina: pur riconoscendo il valore industriale dell’operazione, non ci sono le condizioni per chiudere un accordo definitivo.

Facendo seguito all’annuncio del 21 gennaio 2025 relativo alla firma di un memorandum d’intesa non vincolante per la creazione di una joint venture tra le rispettive attività di asset management, Generali e BPCE hanno condotto approfondite interlocuzioni e le consultazioni previste con gli stakeholder interessati, secondo quanto stabilito dai processi e dai modelli di governance delle rispettive società. Sebbene negli ultimi mesi il lavoro svolto insieme abbia confermato il merito e il valore industriale di una partnership, Generali e BPCE hanno stabilito congiuntamente di interrompere le consultazioni – in linea con i termini comunicati il 15 settembre scorso – concludendo che non sussistono le condizioni per raggiungere un accordo definitivo.

Il nodo della sovranità finanziaria e il peso del golden power

Tra i timori più forti emersi nel dibattito c’è quello legato al controllo dei flussi di risparmio degli italiani. Un tema delicatissimo, soprattutto in un contesto in cui il governo ha dimostrato grande attenzione — e interventismo — sulle operazioni considerate strategiche. L’ombrello del golden power pesa, e non solo come norma: pesa come segnale. Quando un’operazione entra nel perimetro della “strategicità”, il negoziato non riguarda più soltanto governance e sinergie, ma anche garanzie sul lungo periodo, equilibri di potere e percezione pubblica.

Al peso politico si è sommata la frattura fra i grandi soci di Generali. Delfin e il gruppo Caltagirone — da tempo in posizione critica verso il management — avrebbero espresso freddezza, se non ostilità, verso il progetto. Più che un dettaglio, un ostacolo strutturale: difficile costruire una joint venture di questa portata se chi controlla una parte significativa del gruppo non ne condivide la visione.

La combinazione fra soci spaccati e vigilanza politica ha reso la quadratura del cerchio quasi impossibile. Sul contesto già complesso si è inserito il risiko bancario italiano. L’operazione di Mps su Mediobanca — storico azionista del Leone — ha polarizzato il settore, aprendo scenari di governance ancora incerti. In parallelo, le indagini della Procura di Milano e gli approfondimenti Consob su possibili concertazioni hanno creato un rumore di fondo che ha aumentato la volatilità e ridotto lo spazio per operazioni di lungo respiro.

Con un simile clima, consolidare un “super polo” europeo del risparmio gestito sarebbe stato un esercizio di equilibrismo in mezzo a una tempesta.

Cosa succederà adesso?

La buona notizia per Generali è che lo stop non impatta sui conti né sul piano Strategico “Lifetime Partner 27”. Il messaggio al mercato è rassicurante: la traiettoria resta intatta. Il punto vero, però, riguarda il “come” arrivarci. Senza la scorciatoia della mega-joint venture, il gruppo dovrà lavorare su tre fronti:

  • crescita organica, potenziando competenze e prodotti ad alto valore aggiunto;
  • acquisizioni mirate, soprattutto nei private markets e nel credito;
  • partnership flessibili, meno invasive e meno esposte alle dinamiche politiche.

Anche per la controllata di BPCE il tema resta aperto: nel risparmio gestito la competizione globale richiede dimensioni e specializzazioni. Se le maxi-fusioni incontrano ostacoli politici, il mercato si adatterà con accordi tematici, collaborazioni su prodotti e consolidamento per linee più morbide.