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La nuova élite globale: 60 mila super-ricchi valgono la ricchezza di mezzo mondo

La fotografia scattata dal World Inequality Report 2026 è netta: meno di 60.000 delle persone più ricche del mondo, lo 0,001% della popolazione mondiale, possiedono più ricchezza della metà dell’intera umanità. Una platea minuscola — giusto la capienza di un grande stadio — detiene più patrimonio dei quattro miliardi di individui nella fascia più povera del pianeta.

Fisco capovolto: chi ha di più paga di meno

Tra i passaggi più severi del rapporto c’è la denuncia di un sistema fiscale regressivo: “Le aliquote fiscali effettive aumentano per la maggior parte della popolazione, ma crollano bruscamente per i miliardari”. In altre parole, il peso del prelievo cresce per lavoratori e professionisti, mentre diminuisce per chi detiene grandi patrimoni, spesso protetti da strutture offshore e redditi da capitale.

Il paradosso è evidente: “I lavoratori della classe media pagano una quota maggiore del loro reddito in tasse rispetto a un miliardario la cui ricchezza deriva da strutture offshore o plusvalenze”. Un meccanismo che — avvertono gli autori — “non solo mina la giustizia fiscale, ma priva le società delle risorse necessarie per istruzione, sanità e azioni per il clima”.

Donne sovraccariche, uomini più liberi: il tempo è ancora diseguale

Il rapporto rileva che, pur lavorando complessivamente meno ore rispetto al passato, la riduzione ha avvantaggiato soprattutto gli uomini. Le donne continuano a svolgere una quota sproporzionata di lavoro non pagato:

“Questa distribuzione diseguale del tempo dimostra chiaramente che i progressi nelle condizioni di lavoro non si sono automaticamente tradotti in parità di genere”.

Anche sui redditi da lavoro il divario resta profondo: “A livello globale, oggi le donne guadagnano solo circa un terzo del reddito da lavoro totale”. Nessuna regione del mondo ha raggiunto un equilibrio 50–50. Le disparità sono particolarmente marcate in Asia meridionale, Medio Oriente e in diverse aree dell’Africa, dove alle donne spetta meno di un quarto dei redditi totali.

Emissioni: la responsabilità vera è dei proprietari, non dei consumatori

Tra i capitoli più innovativi c’è quello sulla responsabilità climatica. La misurazione delle emissioni basata sul consumo, avverte il report, “evidenzia le differenze negli stili di vita e nei modelli di consumo, ma trascura un’altra dimensione critica della responsabilità: la proprietà del capitale».

Chi possiede impianti, infrastrutture e grandi aziende ad alta intensità di carbonio determina le scelte d’investimento e beneficia direttamente delle attività più inquinanti. Per questo gli autori propongono un metodo di calcolo basato sulla proprietà azionaria: “Se un individuo possiede il 50% del capitale di una società, gli viene attribuito il 50% delle emissioni dell’azienda”.

Applicando questo criterio, il peso del top 10% nelle economie avanzate triplica o quintuplica rispetto alle misurazioni basate sul consumo. Negli Stati Uniti, ad esempio, il decile più ricco produce il 24% delle emissioni con il metodo tradizionale, ma il 72% con quello basato sulla proprietà. Su scala globale, il top 1% arriva al 41% delle emissioni, contro il 15% del metodo dei consumi.

Finanza internazionale: un gioco truccato a vantaggio dei Paesi ricchi

Il World Inequality Report mette poi sotto accusa l’architettura della finanza globale:  “Un numero ristretto di Paesi ha il privilegio di prendere in prestito a basso costo e investire in asset relativamente più redditizi”. È quello che negli anni Sessanta venne definito exorbitant privilege degli Stati Uniti, oggi esteso anche a Europa, Giappone e ad altre economie avanzate.

Al contrario, i Paesi emergenti e a basso reddito pagano tassi d’interesse elevati, investono in riserve a scarso rendimento e trasferiscono ogni anno reddito netto verso le economie più ricche. Le nazioni più agiate registrano “rendimenti in eccesso positivi… pari a circa l’1% del loro PIL combinato”, mentre l’80% restante del pianeta affronta rendimenti negativi attorno al 2%.
In alcune regioni, il flusso di risorse verso i creditori esteri supera la spesa sanitaria pubblica. Un vero “prelievo silenzioso” sulla capacità di sviluppo, che — sottolinea lo studio — “non è l’esito naturale dei mercati liberi, ma il risultato di un disegno politico e istituzionale”.