Economia

Meno tasse su tredicesima e straordinari: l’ipotesi al vaglio del governo

La prossima legge di bilancio potrebbe portare un alleggerimento fiscale significativo per milioni di lavoratori dipendenti. L’ipotesi su cui lavora il governo è quella di ridurre il prelievo sugli straordinari, sul lavoro festivo e – per la prima volta in maniera esplicita – sulle tredicesime. Una mossa che, nelle intenzioni, punta a rafforzare i redditi netti, sostenere i consumi interni e dare ossigeno al ceto medio, in un contesto economico che resta fragile.

Tredicesima e straordinari nel mirino

“Si può pensare a una proposta un po’ azzardata, però perché no? Cioè la detassazione della tredicesima. Vediamo che si può fare”, ha affermato Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio, durante un evento organizzato da Assolombarda a Milano.

Non si tratta soltanto di un’idea estemporanea: già la ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone, al Forum di Cernobbio aveva accennato alla possibilità di estendere la tassazione agevolata prevista per i premi di produttività anche ad altre voci, incluse tredicesime e straordinari.

Va detto che, lo scorso anno il governo aveva già introdotto, in via sperimentale, un bonus una tantum di 100 euro netti per i lavoratori fino a 28mila euro di reddito, con almeno un figlio a carico. Un provvedimento dal costo contenuto (circa 320 milioni di euro) che aveva interessato 4,5 milioni di contribuenti e generato un piccolo stimolo ai consumi natalizi.

Tutt’altra dimensione avrebbe la detassazione generalizzata della tredicesima: questa voce retributiva vale complessivamente 59,3 miliardi di euro e garantisce al fisco circa 14,5 miliardi di gettito. Una riduzione significativa, o addirittura totale, avrebbe quindi un effetto espansivo sui consumi ma un costo molto elevato per i conti pubblici.

Oggi i premi di produttività beneficiano di una flat tax del 5% fino a 3.000 euro per i redditi inferiori a 80mila euro. L’intenzione dei tecnici è di ampliare il perimetro di questa misura, includendo più voci retributive, così da aumentare il potere d’acquisto in modo mirato.

Particolare attenzione è dedicata poi agli straordinari. L’ipotesi di una loro detassazione risponde a una duplice esigenza: aumentare il guadagno netto dei lavoratori che scelgono di incrementare l’orario e, al tempo stesso, offrire alle imprese uno strumento di elasticità nei momenti di picco produttivo. L’agevolazione potrebbe però essere accompagnata da un tetto massimo alle ore ammesse, così da contenere l’impatto sui conti pubblici e garantire un utilizzo equilibrato dello strumento.

Le ipotesi di intervento fiscale

Il capitolo più consistente resta quello dell’Irpef. L’intervento principale allo studio prevede la riduzione di due punti percentuali dell’aliquota, dal 35 al 33%, sullo scaglione compreso tra 28mila e 50mila euro, con l’ipotesi di estendere il beneficio fino ai 60mila euro. Un intervento che, da solo, vale tra 2,5 e 4 miliardi a seconda delle simulazioni.

Non mancano altre proposte: incentivi per favorire il rinnovo dei contratti scaduti e misure di sostegno ai cosiddetti “salari poveri”, compresi tra 7,5 e 9 euro l’ora. L’idea, sottolineano i proponenti, non è introdurre forme indirette di salario minimo o nuove misure assistenziali, ma alleggerire il cuneo fiscale per lavoratori e imprese, lasciando più risorse in busta paga e maggiore margine di flessibilità produttiva.

Le risorse e il vincolo europeo

Il nodo, come sempre, resta quello delle risorse. “Le priorità dovranno essere messe in colonna insieme alle disponibilità effettive”, ha sottolineato il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, richiamando l’equilibrio necessario tra sostegno al reddito e rispetto dei vincoli di bilancio. L’Italia ha infatti assunto con la Nato l’impegno di innalzare la spesa militare fino al 2% del Pil.

A ottobre la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, presenterà al Consiglio europeo gli obiettivi comuni di spesa per la sicurezza, che renderanno più chiaro l’impatto delle decisioni europee sui bilanci nazionali. Roma ha già chiesto modifiche alla cosiddetta “clausola di salvaguardia” per evitare che gli investimenti militari pesino in modo sproporzionato sul deficit, rischiando di compromettere l’obiettivo – oggi a portata di mano – di scendere sotto la soglia del 3%.