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Gli italiani sono destinati a lavorare più a lungo e ad avere una pensione più bassa rispetto al passato. È questo lo scenario noto da tempo ma che il rapporto della Ragioneria Generale dello Stato sulle tendenze del sistema previdenziale ed assistenziale italiano aggiornate al 2024 ha finalmente messo nero su bianco. Ma a quanto ammonterà la pensione degli italiani rispetto all’ultimo stipendio? Di quanto si ridurrà il tenore di vita una volta conclusa la carriera lavorativa? Sono domande legittime non solo per chi è prossimo al pensionamento, ma anche e soprattutto per le lavoratrici e i lavoratori più giovani, chiamati ad affrontare un futuro previdenziale sempre più complesso.
Il tasso di sostituzione
L’analisi del ministero prende in esame il c.d. “tasso di sostituzione”, ovvero il rapporto tra l’importo della prima pensione e l’ultimo stipendio percepito prima del pensionamento.
Le proiezioni della Ragioneria Generale mostrano chiaramente che il divario tra stipendio e pensione è destinato ad aumentare nei prossimi anni, mettendo a rischio la possibilità di mantenere il proprio tenore di vita nella fase post-lavorativa.
La progressiva diminuzione di questa grandezza è legata principalmente a tre fattori: l’evoluzione normativa, l’invecchiamento della popolazione e le esigenze di sostenibilità del sistema previdenziale. Le principali riforme (Legge Dini e Fornero) hanno introdotto e consolidato il sistema contributivo, che lega l’importo della pensione ai contributi effettivamente versati nel corso della vita lavorativa.
Questo sistema, pur più equo sul piano attuariale, di fatto penalizza chi ha avuto carriere discontinue, lavori precari o stipendi bassi, elementi ormai comuni soprattutto tra i più giovani.
Se si confrontano i valori del 2010 con quelli previsti per il 2070, emerge una riduzione del tasso di sostituzione lordo di 14,8 punti percentuali per i dipendenti privati e del 25,1 per gli autonomi. Un ammontare importante che impone di intervenire per evitare di intaccare eccessivamente i risparmi di una vita. Bisogna tener presente che il tasso di sostituzione lordo è dato dal rapporto tra la pensione e il reddito (retribuzione) al lordo della tassazione mentre il tasso di sostituzione netto misura il reddito disponibile effettivo del pensionato considerando il minor carico fiscale rispetto all’ultimo stipendio e l’assenza dei contributi pensionistici versati all’Inps.
Urge correre ai ripari
Nello scenario appena delineato l’adesione alla previdenza complementare non è più una scelta facoltativa, ma uno strumento necessario per costruire una pensione adeguata. La previdenza complementare nasce infatti con l’obiettivo di integrare la pensione pubblica, riducendo il gap previdenziale e garantire una maggiore serenità economica durante la terza età.
Secondo l’analisi della Ragioneria Generale dello Stato, aderire a un fondo pensione permette di raggiungere, entro il 2040, un tasso di sostituzione pari all’81,5% dell’ultimo stipendio. Un risultato che consente di mantenere il proprio tenore di vita al momento della pensione, in linea con i livelli del 2020.
Al contrario, chi si affida solo alla pensione pubblica, soprattutto se rientra nel sistema contributivo puro (cioè ha iniziato a lavorare dopo il 1996), si troverà a percepire una pensione pari in media al 60-70% dell’ultima retribuzione.
Il raggiungimento della soglia dell’81,5% è possibile grazie all’integrazione tra previdenza pubblica e complementare, con un versamento al fondo pensione negoziale alimentato dal TFR accantonato, dai contributi volontari del lavoratore, da eventuali contributi aggiuntivi del datore di lavoro e dai risultati degli investimenti ottenuti nel tempo, grazie all’effetto dell’interesse composto.
Queste simulazioni si basano su un lavoratore tipo con carriera continua e adesione precoce alla previdenza complementare. In questo scenario, il fondo pensione svolge un ruolo chiave nel recuperare il gap generato dal calo della pensione pubblica, riportando il tasso di sostituzione vicino ai valori storici.
Come vengono calcolate le pensioni
Per coloro che hanno iniziato a lavorare dopo il 31 dicembre 1995 la pensione viene calcolata con il metodo contributivo che si basa sul montante contributivo versato durante l’intera vita lavorativa. Il precedente metodo retributivo invece calcolava la pensione sulla base delle ultime retribuzioni percepite.
Nel sistema contributivo (introdotto con le riforme Dini e Fornero) il lavoratore accumula durante la vita lavorativa una percentuale della retribuzione che viene rivalutata annualmente e convertita in pensione al momento della cessazione del lavoro mediante una serie di coefficienti di trasformazione, che variano a seconda dell’età di uscita dal lavoro. Il coefficiente di trasformazione è l’elemento che permette di determinare le rate della pensione ed esprime il periodo presuntivo di fruizione del trattamento.
Alla pensione di vecchiaia con sistema contributivo si accede a 67 anni di età. Rispettando determinati requisiti sono previste forme di pensione anticipata alle quale si può accedere non prima dei 64 anni.
L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero luglio-agosto 2025 del magazine Wall Street Italia. Clicca qui per abbonarti.