La Fed lascia i tassi fermi ma prevede due tagli entro l’anno. Trump: “Powell è uno stupido”
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Nonostante il pressing del presidente Usa, Donald Trump, la Federal Reserve ha confermato ieri il costo del denaro nel range 4,25%-4,5%, invariato da dicembre 2024, ma ha ribadito l’intenzione di effettuare due tagli i da 50 punti base, con due sforbiciate da un quarto di punto, entro fine anno.
Una decisione attesa dai mercati, ma che non cancella le tensioni sull’evoluzione dell’economia americana: crescita più debole, inflazione ostinatamente elevata e segnali di raffreddamento dal mercato del lavoro.
“Per il momento siamo ben posizionati per attendere ulteriori segnali sull’evoluzione dell’economia prima di intervenire sulla politica monetaria”, ha dichiarato Jerome Powell, presidente della Fed, in conferenza stampa.
Il “dot plot”, lo strumento con cui i membri del FOMC indicano le loro proiezioni sui tassi futuri, continua a prevedere due tagli entro fine anno, ma mostra anche una crescente dispersione delle opinioni: ben 7 dei 19 membri non vedono alcun taglio nel 2025 (contro i 4 di marzo). Inoltre, sono stati eliminati un taglio previsto per il 2026 e uno per il 2027, riducendo l’intero ciclo atteso di allentamento monetario di un punto percentuale.
Lo spettro della stagflazione
Le nuove stime economiche pubblicate dalla Fed dipingono un quadro più difficile: il Pil previsto per il 2025 è stato rivisto al ribasso all’1,4%, contro l’1,7% stimato a marzo.
Allo stesso tempo, l’inflazione misurata dall’indice PCE è attesa al 3% (+0,3 punti), mentre quella “core” – depurata da alimentari ed energia – è al 3,1%, anch’essa in aumento. L’occupazione resta solida ma si indebolisce: il tasso di disoccupazione è visto in salita al 4,5%, contro il 4,4% previsto tre mesi fa e il 4,2% attuale.
Il comunicato del FOMC ha mantenuto un tono cauto, riconoscendo che l’incertezza economica si è leggermente ridotta, ma resta significativa: “Il Comitato è attento ai rischi su entrambi i lati del suo doppio mandato”.
Trump all’attacco: “Powell è uno stupido”
Nel frattempo, la politica monetaria è tornata al centro dello scontro politico. Mercoledì mattina, prima dell’annuncio della Fed, l’ex presidente Donald Trump ha duramente attaccato Powell e il suo team:
“I tassi dei Fed Funds dovrebbero essere almeno due punti percentuali più bassi. Powell uno è stupido per non aver spinto il Comitato a tagliare”, ha tuonato Trump.
Le critiche non si sono fermate qui.
“Powell mi odia. Non è intelligente e sta costando al Paese una fortuna. Dovremmo avere tassi più bassi di almeno 2,5 punti. Pagheremmo molto meno di interessi sul debito. In Europa ci sono state 10 riduzioni, da noi neanche una”, ha attaccato il tycoon, facendo leva sull’elevato costo del debito federale e sulle pressioni che gli alti tassi impongono al bilancio federale, con interessi che supereranno 1.200 miliardi di dollari nel 2025.
L’inquilino della Casa Bianca ha poi accusato Joe Biden di aver commesso un grave errore nel confermare Powell alla guida della Fed nel 2022: “Io non l’avrei mai fatto”, ha detto, omettendo però di ricordare che fu proprio lui a nominarlo presidente nel 2018, in sostituzione di Janet Yellen.
In attesa della fine del mandato di Powell, in calendario il prossimo maggio 2026, il tycoon ha detto che presto alzerà il velo sul successore. Tra questi – secondo indiscrezioni citate da ambienti vicini al Partito Repubblicano – figurano il segretario al Tesoro Scott Bessent e Kevin Warsh, ex membro del board della Federal Reserve durante l’era Bush.
Cosa dicono gli analisti
Secondo Robert Lind, economista di Capital Group, la decisione della Fed di mantenere invariati i tassi sottolinea il delicato equilibrio che deve affrontare in un contesto caratterizzato da inflazione persistente, rallentamento della crescita statunitense e maggiore incertezza politica.
“Sebbene i dazi e le tensioni geopolitiche abbiano pesato sul sentiment e sull’attività economica, riteniamo che questo sia il momento di rimanere concentrati sui fondamentali a lungo termine. La storia dimostra che i mercati sono in grado di adattarsi e riprendersi, anche di fronte a perturbazioni significative. In questo contesto, continuiamo ad adottare un approccio misurato, privilegiando il tempo e non il market timing, e rimaniamo ancorati a un’analisi disciplinata e bottom-up per navigare attraverso la volatilità e identificare opportunità durature”.
Commentando il meeting di ieri, Allison Boxer, economista di PIMCO, ha sottolineato che per tagliare i tassi, la Fed avrà probabilmente bisogno di essere certa che le aspettative di inflazione siano ben ancorate e che i dati sul mercato del lavoro stiano peggiorando.
“Vediamo due possibili scenari: se il mercato del lavoro statunitense si dimostrerà resiliente, la Fed potrebbe tagliare i tassi in misura minima o non tagliarli affatto nel 2025. Se invece dovesse indebolirsi in modo significativo, sarebbero possibili tagli più aggressivi e la Fed potrebbe agire rapidamente. Riteniamo che questa visione binaria sia evidente nelle proiezioni della Fed, che mostrano i funzionari divisi tra tagli di 0 punti base e 50 punti base nel 2025”.