Dossier Mps: in 14 anni bruciati 22 miliardi, tra Antonveneta, Lehman, crisi spread, regole Ue e NPL
Il Corriere della Sera ripercorre nella sua edizione odierna la saga del Monte dei Paschi di Siena, nell’articolo “I miliardi bruciati dal Montepaschi”, firmato da Milena Gabanelli e Fabrizio Massaro. Nell’articolo vengono riportati i momenti cruciali vissuti dalla banca senese, a iniziare da quando “la banca comincia a traballare”, ovvero “nel novembre del 2007, quando il presidente Giuseppe Mussari – avvocato penalista nominato nel 2006 dalla Fondazione Mps – si accorda con Santander per comprare Antonveneta per 9 miliardi, il doppio del suo valore”.
“Bankitalia lascia fare al mercato e autorizza l’operazione. Il Monte non ha i soldi che servono, così si indebita per 3 miliardi e chiede ai soci un primo aumento di capitale, per 5 miliardi”. Viene identificato praticamente nell’acquisto di Antonveneta il peccato originale commesso da Mps; si ripercorre quanto accaduto nell’arco di 14 anni, e ci si chiede di chi sia “la colpa di questa agonia senza fine”.
“L’acquisto dissennato di Antonveneta, il crollo di Lehman, la crisi dello spread, le nuove regole europee, e quei 26 miliardi di perdite sui crediti accumulati fra il 2006 e il 2016, dovute alla recessione che ha messo in ginocchio le imprese non più in grado di ripagare i debiti, ma anche a finanziamenti spesso concessi senza garanzie adeguate e a prestiti a imprenditori amici dei politici di riferimento”. I
In 14 anni, ricorda l’articolo, sono stati “bruciati 22 miliardi, di cui 4,8 a carico dello Stato”.
In particolare, “oggi le azioni in mano allo Stato valgono circa 650 milioni. La perdita potenziale è dunque di 4,8 miliardi. Sommati ai 15 miliardi dei privati bruciati negli aumenti di capitale e ai 2,7 miliardi di bond polverizzati si può stimare un costo totale di Mps di circa 22 miliardi”.
L’articolo ricorda che “Mps è storicamente una banca in mano al PD senese, ma l’andazzo di suonare alla sua porta è stato condiviso con Forza Italia”.
Sul suo futuro, bisognerà vedere come andranno i negoziati tra il Tesoro maggiore azionista di Mps con una quota del 64% e l’Unione europea, ora che l’opzione UniCredit è naufragata del tutto. L’annuncio ufficiale dello stop dei negoziati tra il Mef e UniCredit guidata da Andrea Orcel è arrivato domenica 24 ottobre, con un comunicato diramato congiuntamente dal Mef e da Piazza Gae Aulenti.
Nel comunicato con cui, lo scorso 5 novembre, il Monte dei Paschi ha diramato i risultati di bilancio relativi al primo trimestre e ai primi nove mesi dell’anno, si legge che, a seguito della rottura delle trattative tra il Tesoro e UniCredit, Mps procederà alla revisione del piano, iniziativa che è propedeutica all’operazione di aumento di capitale necessaria per blindare la banca.
Monte ha specificato che “l’implementazione di tale piano industriale potrebbe essere soggetta a successivi aggiornamenti alla luce dell’evoluzione dello scenario macro-economico e, comunque, subire modifiche, anche rilevanti, qualora si determinassero nuovamente i presupposti per la realizzazione di una eventuale ‘soluzione strutturale’ mediante l’implementazione di un progetto aggregativo, comunque prevista dal dpcm 16 ottobre 2020”.
Mps ha concluso il terzo trimestre dell’anno con un utile pari a 186 milioni di euro, in crescita rispetto agli 83 milioni di euro del secondo trimestre.
Nei primi nove mesi del 2021 l’utile consolidato di Mps si è attestato a 388 milioni di euro, rispetto alla perdita di -1.532 milioni di euro sofferta nello stesso periodo del 2020.
I risultati sono stati commentati con una punta di orgoglio dall’AD del Monte dei Paschi Guido Bastianini, che ha posto l’accento sul “miglior risultato operativo netto degli ultimi sei anni”, nei primi nove mesi del 2021, pari a 648 milioni.
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