Paradise Papers, nei conti offshore due volte il Pil Usa

9 novembre 2017, di Daniele Chicca

La finanza offshore è in grado di nascondere migliaia di miliardi di euro alle grinfie del fisco. L’ultimo scandalo dei Paradise Papers mostra come la percentuale più benestante della popolazione giovi di un sistema ai limiti della legalità per evitare di pagare le tasse in patria.

Anche la sola definizione di un paradiso fiscale non è per nulla chiara. Di paese in paese e persona in persona cambia: il paradiso fiscale per uno è “il centro finanziario offshore” per un altro. Non si sa di conseguenza quanti ce ne sono al mondo e quanti soldi siano parcheggiati offshore. Ci sono fiumi di statistiche, ma nessuna è veramente affidabile.

E questo contesto nebuloso, in cui domina la privacy, non fa che giocare in favore di chi opera nel settore della finanza offshore, sia che si tratti del beneficiario del conto offshore, del gestore del fondo, del contabile e dell’avvocato che seguono l’operazione e anche del paradiso fiscale dove vengono depositati i patrimoni dei ricchi del pianeta.

“Quelli che sanno non parlano e quelli che parlano non sanno”: è una frase sull’evasione ed elusione fiscale dell’esperto e autore in materia fiscale Nicholas Shaxson.

Tuttavia è possibile avere qualche numero attendibile per “sapere” quanto ammontare di denaro è parcheggiato nei conti offshore: diversi economisti hanno provato a fare una stima. Secondo un report pubblicato a settembre dall’economista Gabriel Zucman, il 10% del Pil è depositato in conti offshore, pari a circa 7.800 miliardi di euro. Stando ai calcoli dell’anno scorso del Boston Consulting Group la somma tocca i $10.000 miliardi.

Si tratterebbe di un valore superiore a quello dell’economia giapponese. Se può sembrare una cifra astronomica, non è nulla a confronto di quella stimata da James Henry, autore del libro Blood Bankers. Secondo i suoi calcoli nei conti offshore sono depositati 36 mila miliardi di dollari, una cifra pari a due volte l’economia Usa, la prima al mondo.

Sempre nel report di Zucman si stima che l’80% del denaro detenuto nei conti offshore appartenga alle famiglie più benestanti del mondo (lo 0,1% del totale), mentre il 50% fa capo invece allo 0,01%, la fetta più ricca in assoluto della popolazione (vedi tabella sopra riportata).

Da questi numeri si capisce bene come non si possa battagliare il fenomeno, nonostante gli accordi bilaterali per superare il segreto bancario, nonché le tante denunce dei giornalisti investigativi e delle associazioni che si battono contro le disuguaglianze di reddito nel mondo.

È una lotta senza pari, anche perché si svolge sul piano etico e non su quello legale, e la classe media non potrà mai partecipare alla “festa” per via delle elevate commissioni di gestione del patrimonio che chiedono le banche private. Come ricorda alla BBC Nicholas Shaxson: “per la stragrande maggioranza si tratta di un gioco a cui possono partecipare solo i ricchi“.

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