Lotta alle mafie: cosa resta dell’eredità del pool antimafia?

11 gennaio 2016, di Vincenzo Musacchio

Nella lotta alla criminalità organizzata, dal punto di vista investigativo e giudiziario, il “Pool Antimafia”, a mio giudizio, ad oggi, resta insuperato e forse insuperabile. Fu una geniale intuizione di Rocco Chinnici che con la successiva esperienza e tenacia di portò al primo grande processo contro la mafia riconosciuta come associazione criminale.

Il maxiprocesso del 1986 terminò con pesanti condanne mai viste prima: diciannove ergastoli e pene detentive per un totale di 2665 anni di reclusione, tutte confermate dalla Cassazione. Si tratta senza dubbio del più grande processo penale contro le mafie mai celebrato al mondo. Il pool antimafia, con Falcone e Borsellino a capo, comprese che, se il traffico della droga non lasciava tracce, era possibile seguire i movimenti del denaro indagando nel mondo delle banche e raccogliendo prove decisive a sostegno delle accuse.

Per rendere più efficaci le inchieste penali, il pool si avvalse spesso delle rogatorie internazionali comprendendo la natura internazionale e globale del fenomeno mafioso. Con il pool antimafia, si creò, di fatto, un nuovo metodo investigativo unitario e coordinato con il quale indagare intorno ai delitti di mafia in modo organico e con un’unica matrice investigativa, che negli anni successivi portò alla nascita delle procure distrettuali antimafia.

Da allora ad oggi, purtroppo, questa esperienza è andata scemando e le mafie sono diventate potentissime operando sul territorio e ponendosi in alternativa allo Stato che non lottano più, ma conquistano dall’interno con il sistema della corruzione, della collusione e della contiguità. La forza della mafia di oggi si basa sulla capacità di offrire o di apparire offerente di servigi che lo Stato non riesce più a dare.

 

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È un dato di fatto ormai che i rapporti tra i due poteri siano talmente stretti che è impossibile distinguere l’uno dall’altro. È impossibile colpire duramente il crimine organizzato senza danneggiare, in alcuni casi, anche il tessuto istituzionale. Le mafie si sono insinuate ovunque con l’approvazione del potere politico che, di fatto, non le combatte più in maniera seria ed efficace.

Anzi non di rado la politica dipende dal potere mafioso: le mafie costruiscono le basi clientelari che poi divengono bacini elettorali per molti politici. In questa situazione, dobbiamo domandarci che cosa sia rimasto della stagione del Pool antimafia oggi? Credo pochissimo!

 

Resta, senza dubbio alcuno, l’esempio indelebile di uomini come Rocco Chinnici, Antonino Caponnetto, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, che seppero incarnare i valori dell’impegno a favore dello Stato e della legalità, senza essere mai fermati dalla paura nella loro preziosissima attività investigativa. Credo che il contributo di conoscenza delle mafie fornito dal Pool antimafia al nostro Paese sia davvero impareggiabile.

Questa esperienza purtroppo terminò, di fatto, nel 1992 con l’uccisione di Falcone e Borsellino, anche se già alla fine degli anni ottanta una parte delle istituzioni ostacolò lo sviluppo e la prosecuzione dell’attività investigativa contro la mafia.

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Nel 1988 il Capo dell’ufficio istruzione di Palermo di allora, separò le inchieste e segnò la fine della meravigliosa stagione del Pool antimafia al quale non può non essere riconosciuto il merito assoluto di aver distrutto il mito dell’invincibilità della mafia e di aver riabilitato la credibilità dello Stato.

Personalmente, il Pool di Palermo (Chinnici, Caponnetto, Falcone e Borsellino) a me giovane laureato in giurisprudenza ha dato il senso di credibilità dello Stato che si presentava finalmente agli occhi dei cittadini con volti seri e attendibili nei quali io mi identificavo totalmente.

Salvo rare eccezioni, oggi, mio malgrado, non ritrovo più persone in grado di darmi quelle sensazioni che ebbi invece molto forti negli anni aurei del pool antimafia. Grazie per la grande lezione umana che mi è stata data e per avermi fatto comprendere e ritrovare la capacità di occuparmi del destino degli altri, affinché i concetti di legalità e di giustizia non perdano mai senso riducendosi a concetti rinsecchiti e privi di vitalità e credibilità.

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