Lehman 10 anni dopo, Economista: “politica manipolata dalle lobby”

14 settembre 2018, di Daniele Chicca

A dieci anni dallo scoppio della maggiore crisi finanziaria mondiale dopo la Grande Recessione degli Anni 30, è il momento giusto per interrogarsi sui pericoli che la storia si ripeta. Cosa è cambiato rispetto ad allora nel mondo finanziario e nella struttura economica globale? Le regole introdotte affinché una crisi come quella che dal 2008 ha investito prima la finanza e poi l’economia reale mondiale non si ripeta, sono efficaci e ci proteggeranno da una possibile seconda crisi? La risposta di economisti, banchieri ed ex leader politici è un coro di no.

Come ha anche osservato l’ex premier inglese Gordon Brown, per il quale “il mondo sta avanzando come un sonnambulo verso la prossima crisi” perché i governi non hanno risolto i problemi che erano all’origine della crisi di dieci anni fa, i timori di oggi sono più politici che finanziari o economici, visti i fondamentali buoni nel mondo industrializzato.

Scondo Sergio Rossi, professore di macro economia e politica monetaria all’Università di Friburgo, ci avviamo verso un decennio di vulnerabilità e la prossima crisi potrebbe arrivare dal fronte politico. “Se la politica fa paura è perché va a rimorchio della grande finanza ed è succube dei grandi poteri finanziari e industriali”.

Le tensioni per il protezionismo montante, per le incertezze della Brexit e per la situazione instabile in Italia, come sottolineato anche ieri dal governatore della Bce Mario Draghi durante la sua conferenza stampa con i giornalisti, sono due dei fattori di rischio principali di pericolo a livello globale.

Politica ha le mani legate per ragioni ideologiche

Ai microfoni della radio svizzera Rete Uno, Rossi dichiara che il problema di fondo è che in politica non si investe abbastanza per favorire la crescita. “A far paura oggi”, aggiunge il professore, “è che né le banche centrali né le finanze pubbliche hanno i margini di manovra necessari per arginare la prossima crisi e questo evento non tarderà ad arrivare”. È questa in sintesi l’analisi impietosa dell’autorevole accademico fornita per rispondere a una domanda del conduttore radiofonico.

La politica ha le mani legate per “ragioni ideologiche”, perché “lo Stato deve spendere solo il ricavato delle imposte e non c’è la volontà di investire per sviluppare veramente l’economia per soddisfare i bisogni della popolazione e tenere presente il bene comune”.

Se è vero che le autorità di politica monetaria non possono più fare molto, perché le banche centrali hanno esaurito le munizioni (non possono più agire “altrimenti contribuirebbero a creare una bolla” anziché scongiurarla”), allo stesso tempo la finanza pubblica avrebbe la possibilità di impedire lo scoppi di una nuova crisi. Se ha le mani legate è infatti esclusivamente “per ragioni ideologiche”, secondo Rossi.

L’intervento è andato in onda stamani durante il programma Modem, disponibile in streaming sul sito dell’emittente radio della Svizzera. È una trasmissione durante la quale gli economisti di diverso orientamento considerano i fatti economici  più rilevanti, sia a livello locale, sia a livello globale, confrontandoli con le grandi teorie e gli insegnamenti della tradizione accademica.

A differenza degli Stati Uniti, nell’Eurozona e in Svizzera la ripresa è stata di durata più breve e meno intensa. A cosa si devono questi ultimi anni di bassa crescita nella regione europea? Secondo gli economisti dell’OCSE, i motivi sono da ricercare nella bassa crescita della produttività del lavoro. Dal 2011, i lavoratori svizzeri – per esempio – non sono in grado di aumentare il loro grado di efficienza produttiva, come facevano in passato. E le disparità e le disuguaglianze socio-economiche sono rimaste ampie anche dopo la fine della crisi finanziaria del 2008.

Secondo l’OCSE, questo fenomeno è concentrato soprattutto tra le piccole e medie imprese. Quindi le grandi imprese riescono a essere innovative e produttive, mentre le altre fanno fatica a stare al passo. Le ricette per riprendere a correre sono note: creazione di mercati interni più competitivi, più spesa in istruzione ed una maggiore sinergia tra università ed imprese. Ma un aiuto potrebbe venire — perché no – anche dalla finanza, attraverso più finanziamenti alle piccole imprese, alle start-up innovative. A dieci anni dalla crisi finanziaria potrebbe essere una maniera di mostrare a tutti che anche la finanza serve a crescere.

“Non sappiamo dove si accenderà la prossima miccia”

Di crisi ce ne sono state tante e ce ne saranno ancora. Purtroppo le crisi non si ripresentano mai nella stessa forma e nella stessa maniera, perché le realtà cambiano. Ci sono nuovi problemi oggi. Uno dei problemi che si è posto con il crac di Lehman Brothers era quello della liquidità e di sfiducia in queste istituzioni. La banca è stata costretta a vendere i suoi attivi ed è diventato un problema di solvibilità.

Il problema è stato risolto con l’immissione di ingenti quantità di denaro. Oggi però grazie alle misure prese dalle banche centrali il guaio potrebbe presentarsi in caso di rialzo dei tassi. Di liquidità nei bilanci ce ne sono anche troppi. Siamo preoccupati dai bilanci ‘monstre‘ delle banche centrali. È un problema nuovo, ma è la conseguenza delle misure straordinarie intraprese negli ultimi anni.

Anche la crisi valutaria in atto non va sottovalutata, secondo il pool di economisti interpellati da Modem. Per 20 anni il costo del denaro è stato basso. Questo ha facilitato le attività di credito in un contesto sempre più globalizzato e si sono create nuove disparità. Il ceto medio, che è stato il motore della crescita anche del benessere nel Dopoguerra, è quasi sparito in alcuni paesi. costo del  il sistema non è così razionale come si possa pensare. La crisi è stata anche una crisi di fiducia nel mercato. Questo

“Non sappiamo dove si accenderà la prossima miccia”, dice il banchiere Luca Soncini, membro della Banca dello Stato del Cantone del Ticino, citando anche i rischi rappresentati da una digitalizzazione crescente.

 

 

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