Arabia Saudita: retata anti-corruzione, in manette bin Talal

6 novembre 2017, di Mariangela Tessa

Arresti, congelamenti di conti in banca, sequestri, voli privati fatti rimanere a terra con la forza: è pesante il giro di vite sull‘illegalità in atto in Arabia Saudita. Nel fine settimana, la nuova commissione anti-corruzione, voluta dal principe Mohammed Salman e gestita dal sempre più potente erede al trono, ha arrestato 11 principi, membri della sterminata famiglia reale, quattro ministri e 38 tra ex ministri, ex viceministri e uomini d’affari.

L’ordinanza reale spiega che il comitato di epurazione è stato creato “a causa delle tendenza di alcune persone all’abuso, mettendo il loro interesse personale al di sopra di quello pubblico, e distraendo fondi pubblici”.

Tra gli arresti eccellenti è finito il principe miliardario saudita Alwaleed bin Talal, soprannominato il Warren Buffett del Medioriente, che tramite la sua società di investimento, la Kingdom Holding, possiede tra l’altro partecipazioni nell’impero mediadico News Corp di Rupert Murdoch e in Twitter.

Bin Talal è uno degli uomini più ricchi del mondo, ai vertici delle classifiche di Forbes. Negli ultimi anni Bin Talal ha massicciamente investito nella Silicon Valley ma i suoi investimenti si estendono anche nel mondo alberghiero in quello dei media e nel settore bancario con Citigroup e altri.

Nel mirino anche il capo della Guardia Nazionale di uno dei reali di più alto rango del paese, il principe Miteb bin Abdullah, tempo fa considerato uno dei contendenti al trono.  Rimpiazzato anche il ministro dell’Economia e della Pianificazione Adel Fakeih con il suo vice, Mohammad al-Tuwaijri.

Il 32enne erede al trono è considerato di fatto il reggente dell’Arabia Saudita – guidata ancora dal padre 81enne re Salman. A settembre la commissione aveva arrestato una ventina di persone. Ora è arrivata questa nuova serie di arresti, clamorosa per il peso politico delle persone finite in carcere. Uno sviluppo che fa pensare che Mohamed bin Salman sia sul punto di salire al trono e voglia liberarsi di ogni possibile intralcio.

Intanto questa mattina il prezzo del greggio continua a salire, muovendosi intorno ai massimi da due anni, con gli investitori che guardano con interesse ai tentativi di modernizzazione in Arabia Saudita: il Wti con consegna a dicembre sale dello 0,72% a 55,87 dollari al barile, mentre il Brent con consegna a gennaio mette a segno una crescita dello 0,8% a 62,45 dollari al barile.

Secondo alcuni, come Mark Cudmore, editorialista di Bloomberg ed ex trader di Lehman Brothers, le operazioni sono solo di facciata e non avranno un impatto reale sul mercato del petrolio. “Quanto accaduto è completamente irrilevante“, scrive, sottolineando i ben noti problemi della bilancia tra domanda e offerta a livello di fondamentali. Si tratta pertanto di un rafforzamento dei prezzi di cui conviene approfittare per entrare e per vendere, in previsione di un inevitabile nuovo calo.

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