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L’amministrazione Trump ha imboccato una strada che negli Stati Uniti non si vedeva da decenni: acquistare quote di società quotate per sostenere settori ritenuti cruciali per la sicurezza nazionale. Il governo federale è entrato nel capitale di Intel (INTC), MP Materials (MP), Lithium Americas (LAC) e Trilogy Metals (TMQ), assumendo quote rilevanti in aziende considerate strategiche per la sicurezza nazionale.
Una pratica rara, che apre un fronte di discussione tra sostenitori e critici, anche se finora i risultati parlano in favore dell’azzardo: Intel guadagna il 77% da inizio anno, MP Materials vola a +276%, Lithium Americas +50% e Trilogy Metals +204%, contro il +14,5% dell’S&P 500. Come sottolineano gli analisti da più parti, i mercati sembrano interpretare queste operazioni come un segnale che il governo federale continuerà a sostenere queste aziende.
Le partecipazioni: dalle terre rare ai chip
La lista delle società coinvolte è un mosaico della strategia industriale USA. La mossa più eclatante riguarda MP Materials, attiva nell’estrazione di terre rare. Il 10 luglio l’azienda ha annunciato che il Dipartimento della Difesa — oggi ridenominato Dipartimento della Guerra — avrebbe acquistato 400 milioni di dollari in azioni, ottenendo il 15% del capitale e diventando il primo azionista.
Il 22 agosto è stata la volta di Intel: il governo statunitense ha annunciato un investimento da 8,9 miliardi che gli garantirà una quota del 9,9%. A inizio ottobre il Dipartimento dell’Energia ha acquisito il 5% di Lithium Americas, protagonista nel litio nordamericano.
Il 6 ottobre Washington ha poi rilevato il 10% di Trilogy Metals, impegnata in un grande progetto minerario in Alaska. A novembre, il Dipartimento del Commercio ha fatto un passo ulteriore, investendo 50 milioni nella start-up privata Vulcan Elements. Nel pacchetto rientra anche la “golden share” su US Steel, legata all’acquisizione da parte di Nippon Steel.
Raramente lo Stato è stato così dentro il mercato
La logica degli interventi è strettamente legata alla rivalità con la Cina e alla necessità di assicurare la produzione domestica di materiali critici, dai chip alle terre rare. Queste ultime sono particolarmente sensibili: vengono impiegate in smartphone, tecnologie green, industria aerospaziale e applicazioni militari. Ma la Cina continua a dominare il settore con circa il 70% dell’estrazione mondiale e oltre il 90% della raffinazione e dei magneti.
Non sorprende quindi il messaggio, diretto e privo di sfumature, del CEO di MP Materials James Litinsky dello scorso 6 novembre:
“l’autosufficienza, la resilienza degli alleati e la creazione di campioni nazionali non sono più opzionali. Sono la prima linea della sicurezza”.
Dalla Casa Bianca arriva un supporto altrettanto netto. Il portavoce Kush Desai ha dichiarato che
“l’amministrazione Trump è impegnata a usare ogni strumento a nostra disposizione per proteggere la sicurezza nazionale ed economica dell’America”.
Il precedente del 2008 e il salto oltre la “logica dell’emergenza”
Gli Stati Uniti non sono estranei a partecipazioni statali dirette: dopo la crisi finanziaria del 2008 il governo entrò nel capitale di General Motors, Chrysler e AIG, uscendo complessivamente in profitto entro il 2015.
La novità attuale è l’assenza di una crisi che giustifichi l’intervento. Come osserva Alan Auerbach, economista della UC Berkeley:
“Si tratta di una vera rottura con le posizioni tradizionali verso la proprietà pubblica, in particolare per i repubblicani”.
Il fronte dei critici: “rischio per i contribuenti”
Gli oppositori della nuova linea mettono in guardia dai pericoli di uno Stato che sceglie vincitori e vinti nel mercato privato. Una presenza così attiva, sostengono, contrasta con i principi del libero mercato e potrebbe trasformarsi in perdite significative per i contribuenti.
Sam Stovall, chief investment strategist di CFRA Research, ha ricordato il lato oscuro della medaglia:
“esiste il rischio di fallimento. Non tutti gli investimenti funzionano. Ci saranno persone che chiederanno: ‘Perché lo stiamo facendo? Non è necessario rischiare i nostri soldi pubblici”.
Scott Ladner, CIO di Horizon Investments, esprime una preoccupazione più sistemica:
“Questi singoli investimenti potrebbero anche funzionare, ma il potere che conferiscono al governo fra 10, 15, 20 anni… non mi piace il precedente che si crea per il futuro”.