Vivremo in mondo senza pensioni: ecco come sarà

10 Marzo 2016, di Daniele Chicca

NEW YORK (WSI) – Con il progresso, l’innovazione e le nuove tecnologie l’umanità dovrebbe ambire a lavorare meno ma con maggiore produttività ed efficienza. Il risultato più probabile, invece, è che per via dell’invecchiamento della popolazione e delle scelte avventate di governi come quello di David Cameron nel Regno Unito, non andremo in pensione prima degli 81 anni.

I percorsi professionali come gli conosciamo ora non saranno più gli stessi. L’alternativa all’accumulo di risparmi per riuscire ad avere un assegno pensionistico decente è solo una: quella di “rimandare l’appuntamento con la pensione, possibilmente in maniera indefinita”.

È il messaggio a dir poco allarmante lanciato da un report sul sistema previdenziale britannico pubblicato la settimana scorsa da un gruppo indipendente e commissionato dal Partito Labourista al fine di rivelare le anomalie e falle della riforma delle pensioni decisa dal partito conservatore al governo.

La riforma concede ai lavoratori la libertà di gestire i contributi pensionistici a piacimento, come una sorta di trattamento di fine rapporto potenziato. Al compimento del 55esimo anno di età si potranno recuperare tutti i contributi versati per la pensione. Il problema di un sistema flessibile di questo tipo è che dando liquidità direttamente in mano ai cittadini così presto, sono più i rischi di perdere quei soldi in investimenti o acquisti sbagliati, piuttosto che i potenziali benefici recati all’economia. Tanti cittadini non hanno le conoscenze e capacità per gestire correttamente i risparmi di una vita e indirizzare al meglio – in maniera efficiente e diversificata – gli investimenti.

Molte persone nel mondo, anche per via della crisi del mercato occupazionale e instabilità degli impieghi e collaborazioni effettuate, non stanno mettendo da parte soldi a sufficienza per poter arrivare alla fine del mese con un assegno pensionistico che li è dovuto dallo Stato. Rischiano, insomma, di dover lavorare fino agli ultimi giorni della loro vita. La media dell’età pensionabile nel Regno Unito per i giovani della nuova generazione sarà di 81 anni secondo il report.

Michael Skapinker ha provato a immaginare sul Financial Times cinque scenari possibili in una società che in futuro non riuscirà più a garantire una pensione decente a tutti prima dei 65 anni:

  1. i datori di lavoro decidono che non è un loro problema, ma dei dipendenti, che dovranno pertanto cercare un modo di risparmiare per conto proprio, investendo in fondi privati parte dei loro salari. È probabilmente lo scenario peggiore, più rischioso e meno sostenibile: con l’invecchiamento della popolazione più si andrà avanti e meno saranno i giovani dipendenti in grado di prendere i posti dei freschi pensionati.
  2. Aziende e lavoratori capiscono che la gente non può più lavorare fino ai 60-65 anni e quindi che le loro carriere professionali dureranno di più. La scalata nella gerarchia sarà più lenta e graduale e lo stesso sarà per il cambiamento generazionale. L’ultima promozione potrebbe arrivare a cavallo tra i 50 e i 60 anni. Questo complicherebbe però l’inserimento nel mondo del lavoro dei più giovani.
  3. Un’età pensionistica più avanzata introdurrà un’era d’oro per le donne. Nel Regno Unito il divario salariale tra uomini e donne con meno di 30 anni è stato quasi azzerato. Si amplia quando le donne hanno figli e rimarrà alto finché gli uomini continuano a dominare nei ruoli meglio pagati, come quello di manager e dirigente d’impresa.
  4. Le società seguono l’esempio di Carlos Slim. Nel 2014 il magnate messicano delle telecomunicazioni ha detto che anziché andare in pensione, i dipendenti più anziani avrebbero dovuto gradualmente ridurre il numero di ore lavorate, passando a tre giorni lavorativi a settimana.
  5. Le aziende insistono nel mandare in pensione i dipendenti più anziani, che finiranno per dover cercare e trovarsi da soli un ruolo nella società. Anziché opporsi, i pensionati si inventeranno un lavoretto in proprio, offrendo servizi a chiunque sia disposto a pagarli per le loro esperienze e capacità.

 

Fonte: Financial Times