Venezuela: riserve auree ai minimi storici

26 Maggio 2016, di Alberto Battaglia

I debiti che il Venezuela ha contratto con l’estero stanno mettendo sotto pressione le riserve auree del Paese, che hanno raggiunto il livello più basso che si ricordi in seguito alla vendita di 1,7 miliardi di dollari nel primo trimestre dell’anno. La bilancia corrente del Venezuela è stata fortemente deteriorata dal calo dei prezzi del petrolio, l’oro nero, infatti, vale circa il 95% del valore delle esportazioni complessive del Paese. Le riserve pregiate rimanenti, di cui il metallo giallo costituisce il 70%, la scorsa settimana si attestavano a 12,1 miliardi di dollari. Solo l’anno scorso l’oro immagazzinato si era ridotto di un terzo, mentre tra febbraio e marzo di quest’anno sono state vendute oltre 40 tonnellate di metallo prezioso.
I numeri della crisi sono drammatici già da tempo, ma le previsioni per il futuro sono, se possibile, ancor più fosche: secondo il Fondo monetario internazionale quest’anno il Pil del Venezuela si contrarrà dell’8% e del 4,5% l’anno prossimo, mentre nel 2015 la recessione era già stata del 5,7%. L’inflazione attesa per l’anno prossimo supera il 1.642%, pompata dall’iniezione costante di liquidità da parte della banca centrale che sta finanziando un deficit pubblico che supera al 17% del Pil. Lo stato e la società petrolifera pubblica, Pdvsa, dovranno fare i conti con un debito in scadenza quest’anno pari a 6 miliardi di dollari, secondo quanto stima l’investment bank Caracas Capital Markets. Per far fronte a questa spesa è probabile che verrà eroso ulteriormente il tesoro aureo che l’ex presidente Hugo Chavez aveva deciso di accumulare per proteggere il Paese dall’instabilità finanziaria, senza cedere alla supremazia del dollaro. Il ministro delle Finanze, Miguel Pérez Abad, nel frattempo prova a rassicurare i creditori internazionali, annunciando nuovi tagli alle importazioni (che dovrebbero contribuire a migliorare il saldo corrente del Paese e facilitare il pagamento dei debiti in valuta forte). Poco importa se questo comporterà la mancanza di beni di prima necessità per una popolazione sempre più esasperata ed affamata.

Fonte: Financial Times