USA: MA SIAMO CERTI CHE IL PEGGIO SIA ALLE SPALLE?

22 Gennaio 2004, di Redazione Wall Street Italia

Il discorso “Rischi e Incertezze nella Politica Monetaria”, tenuto una settimana fa a San Diego da Alan Greenspan è rappresentativo di un delirio di un onnipotenza giunto alla sua piena maturazione. Se quattro anni fa quello stesso delirio aveva coinvolto milioni di improvvisati trader da casa, portando alle conseguenze che ben sappiamo, il fenomeno attuale si pone a garanzia di rischi maggiori e conseguenze ben più nefaste.

Un individuo inesperto di mercati azionari, convinto di arricchirsi comprando azioni sopravvalutate, nel lungo termine non ottiene altro risultato che un peggioramento della propria salute finanziaria. Tuttavia, un banchiere centrale, convinto di poter aggiustare qualunque problema economico, di controllare qualunque mercato a suo piacimento e di poter creare ricchezza in maniera perpetua semplicemente stampando moneta, nel lungo termine è destinato a creare terribili disastri economici, rovinando la salute economica e finanziaria di milioni di persone.

Non è un caso quindi che Greenspan, nel suo discorso, abbia omesso di spiegare ai suoi sudditi come mai la loro ricchezza reale complessiva si sia vaporizzata di oltre un quinto nel giro di soli due anni. Del resto gli americani non sembrano chiedere in merito alcuna spiegazione, forse per merito, e non a caso, dello specchietto per allodole, rappresentato dagli indici azionari, che li deve avere distratti dal crollo della loro unità di conto. Né egli ha spiegato secondo quale stravagante teoria economica si possa riuscire ad evitare una correzione imposta dal mercato spingendo una nazione a fare debiti al di sopra delle proprie possibilità. Né infine ha osato accennare alle eventuali conseguenze di un mancato successo della propria insana strategia.

Solo autocompiacenza e autoacclamazione hanno contraddistinto le parole di un banchiere centrale arrivato ad autocelebrarsi come se il Grande Esperimento Economico del XXI secolo fosse già giunto, con successo, al termine. Invece l’esperimento è appena agli inizi, e né Greenspan né nessun altro è in grado di prevederne le conseguenze. Siamo infatti in acque sconosciute che possono trovare analogie nel passato (si veda per esempio anche il caso di John Law e della Mississipi Bubble), ma che si caratterizzano per dinamiche del tutto nuove e per un coordinato impegno di natura massicciamente inflazionista da parte dei banchieri centrali di tutto il mondo.

A fine dicembre il ministro delle finanze giapponese ha rinnovato l’impegno di difendere il tasso di cambio dollaro/yen a qualunque costo. Nel 2003 la Banca del Giappone ha speso 20 trilioni di yen per comprare dollari (yen ovviamente prodotti a costo zero, per via di semplici scritture elettroniche), incrementando le sue riserve in dollari di 200 miliardi di dollari, il 45% in un solo anno.

Quest’anno lo sforzo potrebbe raggiungere dimensioni 4-5 volte più grandi, per coprire, se necessario, l’intero deficit americano (sia fiscale che di partite correnti, per un totale di oltre un trilione di dollari! poco meno di un decimo del GDP USA e quasi un 20% di quello giapponese). Sono cifre che non hanno precedenti, sicuramente sbalorditive, che rappresentano il più grosso impegno a fini di “stabilizzazione” del mercato dei cambi finora mai promesso da una autorità, per usare una parola (quella tra virgolette) utilizzata generalmente dai politici o dagli stessi banchieri centrali.

Utilizzando invece parole più adeguate alla realtà dei fatti, e con meno ipocrisia, sono cifre che rappresentano una delle più massicce manipolazioni di mercato mai promesse o compiute. E anche il fine reale rimane sempre il solito: cercare di impedire il riaggiustamento di quegli squilibri esistenti, già frutto di insane politiche di intervento economico, al fine di salvaguardare obiettivi e benefici economici di breve periodo. Chiaramente i flussi vengono indirizzati verso la parte lunga della curva dei tassi americani contribuendo a mantenerli nel range attuale. La figura tecnica rialzista in formazione da agosto, che indicherebbe un target intorno al 6.5% del tasso a 30 anni americano, viene pertanto seriamente compromessa da questo massiccio impegno. Oggi il tasso a trenta anni ha registrato in chiusura il 4.88%, situandosi sul supporto del triangolo e sui minimi di inizio ottobre 2003.

Nonostante nella presente situazione economica i tassi a lungo termine siano naturalmente attratti verso l’alto, soprattutto dalla forte salita del prezzo delle commodities, è possibile quindi che il movimento si possa risolvere temporaneamente nella direzione opposta grazie alla manipolazione in corso condotta dalle banche centrali. E infatti pare che nel 2004 la Banca del Giappone abbia fatto già acquisti di Treasuries per 50 B di dollari. Per riuscire a tenere “in equilibrio” gli “squilibri” attuali ed impedire che essi possano sfociare in un brutale riaggiustamento è assolutamente necessario che i banchieri centrali riescano a controllare anche la parte lunga del curva.

La Banca Centrale Europea, finora impegnata in una politica monetaria decisamente più prudenziale, mirata a conseguire benefici economici di medio lungo termine che non di breve periodo (a differenza di quelle seguite dalla FED e dalla BOJ) è stretta in una morsa e sembra oramai sul punto di cedere. Per fermare l’Euro ha due alternative: intervenire sul mercato dei cambi comprando dollari (come pare si sia impegnata a fare qualche giorno fa) o ridurre ulteriormente i tassi di interesse anche in Europa (come potrebbe arrivare a fare se l’euro non si arestasse sotto il cambio di 1.30), allentando in tal maniera una politica di monetaria già estremamente accomodante.

Il recente discorso dei banchieri centrali americani (sia di Greenspan che di Bernanke) in questo senso è stato abbastanza chiaro. Come scrive Dan Norcini sul sito di Jim Sinclair esso potrebbe riassumersi con le seguenti parole: “Signori, non vi potete permettere di lasciare cadere il dollaro, perché vi porteremo tutti a fondo con noi. Non potete fare altro che continuare a comprare i nostri titoli di debito, quindi smettetela di lamentarvi dei nostri bassi tassi di interesse perché noi non abbiamo intenzione di alzarli. Se la smettete di comprare dollari, la nostra valuta crollerà e anche le vostre case vi cadranno sulla testa, perché sono gonfiate dai nostri dollari. Buona giornata, gente”.

Le sorti dell’economia mondiale dipendono quindi da una ordinata e comunque contenuta discesa del dollaro, e in questa situazione gli sforzi di tutte le altre banche centrali, forzati dall’ostinazione del banchiere centrale americano, non possono che correre in difesa del biglietto verde peggiorando gli squilibri in corso e i necessari riaggiustamenti di lungo termine.

Addirittura a distanza di poco più di un anno da una crisi valutaria che sembrava inevitabile, nell’ultimo trimestre del 2003 anche il Brasile si è visto costretto a comprare titoli di stato americani per difendere l’apprezzamento della propria valuta. E da gennaio ha sostituito gli acquisti indiretti di bond con acquisti diretti di dollari compiuti attraverso aste giornaliere.

Infine, da qualche giorno Welteke, il presidente della Banca Centrale tedesca, è tornato alla carica con la sua brillante idea, già espressa diverse volte nel corso del 2002 e del 2003, di vendere oro in cambio di titoli di debito (presumibilmente denominati in dollari). Evidentemente la infelice strategia della Banca d’Inghilterra, che qualche anno fa vendette le sue ultime riserve tra 250 e 300 dollari l’oncia per comprare titoli di stato, presumibilmente americani e quindi in dollari (si lascia al lettore il calcolo delle perdite conseguite), per Welteke non è esperienza meritevole di considerazione. La stessa sorte che del resto spetta ai numerosissimi insegnamenti di cui la storia ci fa gratuitamente dono: essere stupidamente ignorati.

Per riprendere le recenti parole di Stephen Roach, analista della Morgan Stanley: “molti credono che il lungo incubo cominciato nel 2000 sia terminato. Io non ci credo. Secondo la mia interpretazione non c’è mai stata una facile via d’uscita, specialmente considerando il fatto che le autorità hanno reagito allo scoppio di una bolla creando altre bolle. Il conto associato agli eccessi speculativi e agli squilibri globali deve ancora essere pagato. Scrutando già nel 2005 questo è, tra tutti, il più grosso rischio esistente”.

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