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Andrea Orcel, numero uno di Unicredit, non vuole semplicemente guidare una banca: vuole costruire un campione europeo. L’obiettivo, come riportato in una recente e lunga intervista concessa al Financial Times, non è la gestione ordinaria di un grande gruppo italiano, ma la creazione della prima banca realmente paneuropea. Un disegno ambizioso, quasi industriale, che Orcel ha raccontato pubblicamente anche durante l’evento di presentazione della sponsorizzazione di Ferrari in Formula 1.
“Questi sono due marchi nati in Italia con il sogno di diventare globali”, ha detto, spiegando che se Ferrari lo è già, UniCredit vuole diventarlo su scala continentale.
Il muro della politica
Il percorso, però, si è rivelato tutt’altro che lineare. La banca aveva in mano un piano preciso: integrare Banco BPM entro il 2026 e, a seguire, tentare il colpo su Commerzbank, pilastro del credito tedesco. A meno di un anno di distanza, entrambe le operazioni sono state congelate. In Italia, il governo Meloni ha esercitato il cosiddetto golden power, misura nata per tutelare gli asset strategici nazionali, bloccando il tentativo di UniCredit su BPM.
In Germania, l’avvicinamento a Commerzbank — portato avanti rapidamente attraverso una costruzione di partecipazione fino al 29 per cento — si è scontrato con il “no” del board dell’istituto e con la freddezza di Berlino, mentre il recente aumento della valutazione di mercato della banca ha reso ancora meno praticabile un’acquisizione nel breve periodo. Il Financial Times ricorda che ogni decisione sul futuro della partecipazione è stata rinviata al 2027.
Secondo alcuni banchieri citati dal quotidiano britannico, Orcel avrebbe sottovalutato la dimensione politica della partita.
“Le banche sono asset sovrani”, afferma una fonte, citata dal quotidiano londinese, aggiungendo che non si può “entrare a forza” se i governi non sono convinti.
Un altro banker parla apertamente di eccessiva sicurezza. Orcel respinge le critiche: sostiene che inizialmente Berlino fosse favorevole, e che in Italia la reazione politica sia stata “più profonda e inaspettata del previsto”. La frustrazione è evidente, ma il ceo non cambia prospettiva:
“Quando parli del sogno di una banca paneuropea, noi saremo i primi a farlo”, ribadisce al Financial Times.
Le prossime mosse di Orcel puntano al private
Se le grandi acquisizioni per ora non sono percorribili, la strategia si sposta su un terreno meno spettacolare, ma più solido: la crescita organica e il rafforzamento delle attività che generano commissioni. Il Financial Times racconta che Orcel sta ripensando il rapporto con Amundi, che oggi gestisce quasi 70 miliardi di euro per UniCredit e ha un accordo distributivo valido fino al 2027. Il ceo lascia intendere che la banca potrebbe non rinnovarlo: l’obiettivo è internalizzare la gestione dei fondi e trattenere una quota più elevata delle commissioni.
Parallelamente, UniCredit punta a espandere il private banking, soprattutto verso la clientela “mass affluent”, e ad accelerare sugli investimenti tecnologici per competere “con le migliori fintech”.
La Borsa premia l’era Orcel
Intanto, la Borsa premia UniCredit. Dal suo arrivo nel 2021, il titolo ha guadagnato quasi il 650%, risultato che — secondo il quotidiano — supera quello delle principali banche europee. Non solo: la maggioranza degli analisti mantiene una view positiva e Citigroup sottolinea i progressi nella disciplina dei costi, nell’aumento delle commissioni e nella gestione del capitale. C’è però una variabile che inizierà a pesare: il margine di interesse sta rallentando, dopo due anni di crescita sostenuta dai tassi. Nel terzo trimestre è sceso del 5% su base annua.
“Il mercato è passato dal pessimismo all’eccesso di ottimismo sulle banche europee”, avverte Orcel nell’intervista. UniCredit si prepara a un contesto più difficile.
I nodi da sciogliere
Restano incognite aperte. La presenza in Russia, che Orcel definisce “assolutamente da eliminare”, è rallentata da vincoli normativi imposti da Mosca. E c’è la questione capitale: UniCredit ha annunciato distribuzioni per almeno 9,5 miliardi nel 2025 tra dividendi e buyback. Alcuni investitori lodano la disciplina. Altri avvertono che restituire troppo capitale potrebbe ridurre la flessibilità per nuove operazioni straordinarie.
Orcel, però, non sembra intenzionato ad arrendersi ai veti politici o alle critiche. Il suo sguardo resta sul traguardo finale.
“UniCredit è un animale strano e meraviglioso”, dice al Financial Times. “Abbiamo il logo sulla Ferrari, abbiamo i migliori indicatori della nostra industria e il lavoro è appagante.”
Per ora, la strada verso la banca paneuropea passa dalla crescita organica. Ma l’impressione è che la partita M&A sia solo sospesa. Non chiusa.