UN LUGLIO DI PASSIONE. POI IL TORO VA IN VACANZA

30 Giugno 2009, di Redazione Wall Street Italia
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(WSI) – Nell’immediato, il rialzo partito dai minimi del 9 marzo è qualcosa di più di un semplice bear market rally, come pur viene inteso dai più. Possiamo invece ormai definirlo un «bull market ciclico». Dunque non un Toro strutturale, ma sufficientemente robusto da durare più a lungo di quanto la maggior parte degli investitori sia disposta a ritenere.

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L’idea è che la correzione delle ultime settimane abbia già scaricato gli eccessi e possa essere seguita da una nuova carica del Toro (o Torello come qualcuno lo chiama), destinata tuttavia a esaurirsi nell’ultima decade di luglio. Non prima, però, di aver raggiunto o quasi la mitica quota 1.000 punti sull’indice americano S&P 500 (ora siamo all’incirca intorno a quota 915). Difficilmente, poi, questa barriera sarà superata prima dell’autunno.

È poi improbabile che l’economia risenta della minaccia inflazionistica, pur da molti temuta, prima del 2010: se infatti l’offerta di moneta è in crescita in tutto il mondo industrializzato, sull’altro piatto della bilancia c’è un deficit di domanda rispetto all’offerta aggregata che, di fatto, azzera il pricing power delle imprese; si aggiunga poi la disoccupazione, prevista in aumento almeno fino alla fine dell’anno (ricordiamo che quello del lavoro rappresenta l’80% dei costi di impresa nel mondo occidentale), e un utilizzo della capacità produttiva ai minimi storici. Si capisce perciò bene come difficilmente i prezzi al consumo svolteranno verso l’alto nella seconda metà dell’anno. Ne consegue che gli attuali timori di aumenti dei tassi ufficiali sono, ad avviso di chi scrive, del tutto infondati.

IL MONDO NUOVO. Se quello descritto è lo scenario di fondo del mondo occidentale, qualcosa di diverso percorre le le aree emergenti del pianeta. Ai lettori offriamo perciò subito la classifica dei mercati che riteniamo più degni di acquisto: India, Indonesia e la Grande Cina, che poi significa Cina stessa, Hong Kong e Taiwan. Naturalmente nella lista possono entrare anche Vietnam (il cugino povero della Cina), Thailandia e Corea. Saranno loro i mercati del futuro e i motivi sono presto detti: gli Emergenti sono cambiati, si sono cioè ristrutturati rispetti a dieci o venti anni fa: hanno surplus di bilancio, flussi di capitali attivi con i quali poi finanziano l’Occidente.

Inoltre hanno una popolazione giovane, a differenza delle rughe sempre più profonde che si vedono tra i cittadini dell’Europa, del Giappone e, anche se un po’ meno, negli Stati Uniti. In India in particolare, miglior mercato in forza relativa rispetto a tutti gli altri, stanno iniziando a vedersi i benefici del «dividendo della pace» con il tradizionale «nemico» pakistano. Se poi guardiamo all’America Latina, la classifica vede in cima Colombia, Perù e Brasile.

LA GRANDE PAURA. Sappiamo bene quanto gli investitori faticano sempre ad adeguare «tempestivamente» il loro modello comportamentale alle escursioni di mercato. Sia al rialzo sia al ribasso. Dopo aver registrato, a fine 2008, la performance trimestrale più drammatica e pesante degli ultimi vent’anni, ci ritroviamo oggi, fra l’incredulità pressoché generale, a celebrare la migliore performance trimestrale del decennio. Era esagerato il ribasso dello scorso autunno o è insensato il recupero degli ultimi mesi? Probabilmente sono vere entrambe le affermazioni. Il mercato ha scontato lo scorso autunno uno scenario da Grande Depressione, e ha corretto bruscamente le sue valutazioni quando ci si è accorti che i fondamentali dell’economia erano i peggiori del Dopoguerra, ma non peggiori degli anni ’30.

Fortunatamente, l’assenza di rigidità monetarie tipiche di quell’epoca e l’intervento più deciso e massiccio delle autorità di politica economica hanno scongiurato l’Armageddon. Come risultato, la contrazione del Pil americano è rimasta contenuta al 2,5% negli ultimi quattro trimestri di cui si dispone di dati: qualcosa di simile, dunque, a quanto sperimentato in occasione delle recessioni del 1973-1974 e di inizio anni ’80.

In virtù della capacità dei mercati azionari di anticipare di un paio di trimestri l’andamento dell’economia (vedere grafico in alto) è probabile che il Pil peggiorerà nel corrente trimestre, per stabilizzarsi nel terzo e migliorare nell’ultima frazione dell’anno. Ma la «cura dimagrante» subìta dagli investitori in questo decennio (-3,2% il ritorno medio composto annuo del Dow Jones) ha pochi eguali. Quindi è probabile che il «bear market secolare» sia in essere, ma chi investe oggi in Borsa fra un decennio sarà più felice di chi ha comprato 10 anni fa.

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