Ubs: globalizzazione sta morendo davanti ai nostri occhi

24 Febbraio 2016, di Daniele Chicca

Se le attività commerciali internazionali attraversano un periodo di crisi da quando è scoppiata la crisi finanziaria del 2008, lo sono ancora di più i flussi di capitale a livello globale.

È il concetto espresso dalla banca UBS in un’analisi pubblicata di recente. Gli analisti autori del report ritengono che questo fenomeno porterà a una “guerra globale per i capitali“, con i paesi con finanziamenti statali elevati che vinceranno la battaglia, mentre a uscire sconfitti saranno quei paesi che dipendono fortemente dagli investimenti stranieri.

Paul Donovan e Sophie Constable scrivono che “la globalizzazione dei flussi di capitale hanno rappresentato un elemento importante del periodo successivo al 1995 almeno quanto le attività commerciali mondiali“.

I flussi di capitale globali si sono ridotti in maniera significativa negli ultimi otto anni, colpiti dalla crisi finanziaria. E dal 2008 non hanno recuperato come invece è accaduto, anche se ancora non in maniera soddisfacente, per il commercio internazionale di beni e servizi.

Investitori rimasti bruciati da rischi corsi nel 2008

I motivi dietro a questo collasso dei flussi di capitale sono diversi. In primo luogo le restrizioni sul piano delle regolamentazioni nel settore finanziario hanno fatto sì che i flussi di capitali si siano concentrati sempre di più all’interno dei confini domestici. Le banche e gli investitori sono rimasti fortemente bruciati dalle perdite subite per via dei grossi rischi corsi prima della crisi finanziaria.

Un altro fattore citato nel report riguarda i rischi di natura politica, che rendono i mercati imprevedibili e scoraggiano gli investitori internazionali. I soldi tendono a essere investiti in lidi “più vicini a casa”, dal momento che la familiarità con i beni in cui si investe rende più sicuri gli investimenti.

In mancanza di investimenti stranieri, “i paesi senza un capitale nazionale sufficienti dovranno lottare per poter finanziare i deficit delle partite correnti, in particolare se sono paesi ritenuti destinazioni poco attraenti per investimenti diretti provenienti dal resto del mondo“.