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UBS, Berna non abbassa la guardia: 20 miliardi di capitale in più. La banca non ci sta

Il fantasma di Credit Suisse continua ad aleggiare sulla finanza svizzera. E Berna non ha nessuna intenzione di abbassare la guardia. Secondo quanto si legge in un articolo del Financial Times, ieri 22 aprile, il Consiglio federale ha presentato il suo piano definitivo di riforma bancaria, confermando che il colosso bancario svizzero UBS dovrà mettere mano al portafoglio per circa 20 miliardi di dollari in capitale aggiuntivo. Meno dei 26 miliardi inizialmente ipotizzati, ma abbastanza da scatenare la reazione della banca.

Dietro questa richiesta, c’è una questione non irrilevante. Dopo aver assorbito il rivale in crisi nel 2023, UBS si è ritrovata con un bilancio che supera il PIL svizzero. Uno squilibrio che pone domande concrete: cosa succederebbe se anche UBS dovesse vacillare? Chi sarebbe in grado di gestire una crisi di quelle dimensioni? Il governo ha deciso che la risposta passa da un rafforzamento patrimoniale significativo, costruito attorno a un principio preciso: le filiali estere della banca dovranno essere coperte integralmente da capitale di alta qualità detenuto presso la capogruppo svizzera. L’obiettivo è impedire che le perdite di una controllata trascinino l’intero istituto nel baratro.

Un pacchetto in due tronconi

Come si legge nell’articolo del Financial Times, il piano si articola in due parti. La prima, attuabile per decreto senza passare dal parlamento, riguarda il trattamento contabile di attività fiscali differite (DTA) e software. Rispetto alle proposte originarie, il governo ha fatto marcia indietro: le DTA restano computabili nel capitale regolamentare, mentre il software verrà escluso gradualmente nell’arco di due anni. L’impatto netto scende così a circa 4 miliardi di CET1. Misure operative dal gennaio 2026, con un periodo transitorio biennale per il software.

La seconda parte è la più rilevante e la più controversa. L’obbligo di copertura integrale delle filiali ester,  stimato in circa 20 miliardi di CET1 aggiuntivo, dovrà passare al vaglio del parlamento a partire da giugno. “In futuro, le banche di importanza sistemica in Svizzera dovranno coprire interamente le loro partecipazioni nelle filiali estere con il CET1”, ha dichiarato il Consiglio federale. Un iter che potrebbe richiedere anni e che promette di diventare un ring politico: la sinistra vuole regole ancora più stringenti, la destra e le associazioni imprenditoriali premono per alleggerire il carico nel nome della competitività internazionale.

UBS insorge, i banchieri svizzeri pure

La risposta della banca non si è fatta attendere. UBS ha definito il pacchetto “estremo, privo di allineamento internazionale”, accusando il governo di aver ignorato le posizioni critiche emerse dalla consultazione, incluse quelle di sedici cantoni. L’Associazione svizzera dei banchieri ha parlato di proposta “estremamente problematica”.

Il timore, condiviso dal mondo dell’industria, è che oneri regolamentari più pesanti rispetto a quelli in vigore negli Stati Uniti o in altri mercati finanziari penalizzino la capacità competitiva di UBS a livello globale. La banca stima peraltro che l’impatto complessivo delle misure si avvicini ai 22 miliardi di dollari, più dei 20 indicati dal governo.

La ministra delle Finanze Karin Keller-Sutter ha respinto le critiche, sottolineando che il governo ha già effettuato “concessioni significative”. Fonti vicine al ministero lasciano però intendere che un’ulteriore limatura in sede parlamentare non sia da escludere, purché non svuoti il cuore della riforma.
In Borsa, il mercato ha reagito con un’alzata di spalle: UBS ha chiuso ieri a Zurigo con un rialzo dello 0,15%. Segno che gli investitori avevano già scontato l’esito.