Quello che c’è da sapere su referendum in Turchia

13 Aprile 2017, di Alberto Battaglia

Il referendum costituzionale in Turchia arriva al culmine di numerosi avvenimenti che hanno messo il Paese al centro dell’attenzione mediatica di tutto il mondo. A partire dal ruolo svolto nella crisi dei migranti transitata in Europa attraverso le sue coste e poi utilizzata come arma negoziale, alle tensioni con il Cremlino in seguito all’abbattimento di aereo militare coi risolte in una nuova alleanza, dal fallito colpo di stato dell’estate scorsa, alla conseguente stretta sui media e il mondo accademico. Fino ad arrivare alla cronaca delle ultime settimane: le polemiche con Germania e Olanda per i comizi bloccati sul proprio territorio e per questo accusate dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan di “pratiche naziste”.

 

E’ proprio quest’ultimo il grande fautore della riforma costituzionale in gioco adesso, alla prova del voto popolare questa domenica. Se vinceranno i “Sì”, la Turchia diverrà da repubblica parlamentare a repubblica presidenziale: la figura di Erdogan, già prominente, accentrerebbe ancora più potere. Diversi commentatori occidentali non risparmiano espressioni come “dittatura” per rendere l’idea di quello che potrebbe attendere il popolo turco in caso di conferma della riforma. Secondo i sondaggi, questo scenario è dato come il più probabile, visto il vantaggio dei “Sì” seppur con un margine del 51-52%.

 

La posta in gioco è alta: la vittoria consegnerebbe il Paese nelle mani dell’uomo forte di cui, evidentemente, molti turchi sentono il bisogno, preoccupati della sicurezza dopo svariati attentati di matrice curda e islamista. In caso contrario, Erdogan resterebbe in sella, ma il suo prestigio ne risentirebbe molto. Sotto il profilo più ampio dello spirito dei tempi, è alla prova il valore di una democrazia fatta di bilanciamenti di potere, che si contrappone al modello – incarnato dalla Russia – di una potenza eletta, sì, ma di fatto svincolata o quasi da altri poteri democratici.