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Israele e Hamas hanno raggiunto un accordo per una tregua a Gaza. Si tratta della “prima fase” del piano di pace in 20 punti presentato dal presidente americano Donald Trump e sostenuto da Egitto, Qatar e Turchia. L’intesa, firmata ieri sera, prevede un cessate il fuoco immediato, la liberazione degli ostaggi israeliani ancora in vita e il ritiro parziale delle forze militari israeliane dalla Striscia.
“Sono molto orgoglioso di annunciare che Israele e Hamas hanno entrambi firmato la prima fase del nostro piano di pace”, ha dichiarato Trump, annunciando di voler intervenire nei prossimi giorni alla Knesset, su invito di Benyamin Netanyahu.
Sul terreno, tuttavia, la situazione resta fragile. Le Forze di difesa israeliane (Idf) hanno invitato la popolazione di Gaza a non rientrare nel nord della Striscia, ancora considerato zona di combattimento.
Due anni di guerra e una crisi umanitaria senza precedenti
L’accordo arriva a due anni esatti dall’attacco del 7 ottobre 2023, quando i miliziani di Hamas uccisero 1.200 israeliani e presero in ostaggio 251 persone. Da allora, la risposta militare israeliana ha devastato Gaza, lasciando dietro di sé oltre 67.000 vittime palestinesi, secondo il ministero della Sanità locale, e una crisi umanitaria di proporzioni storiche.
Ospedali distrutti, mancanza di elettricità, carestia e mancanza di acqua potabile hanno segnato il dramma della popolazione civile. Le Nazioni Unite e numerose organizzazioni umanitarie avevano da mesi lanciato appelli per una tregua e un accesso sicuro agli aiuti.
Secondo fonti americane, la pressione delle famiglie degli ostaggi e le crescenti critiche internazionali contro la prosecuzione della guerra hanno convinto il governo israeliano ad accettare l’accordo.
Cessate il fuoco e scambio di prigionieri
La prima fase del piano – quella firmata nella notte – prevede un cessate il fuoco “totale e immediato”, accompagnato da un graduale ritiro delle truppe israeliane verso le aree di confine.
Hamas, da parte sua, si è impegnata a liberare tutti gli ostaggi israeliani vivi – stimati in 20 – entro 72 ore dall’approvazione formale dell’accordo da parte del governo di Tel Aviv. In cambio, Israele dovrà rilasciare centinaia di prigionieri palestinesi, tra cui donne e minori.
Secondo fonti diplomatiche, sarebbe stato escluso dallo scambio Marwan Barghouti, leader di Fatah detenuto in Israele e da tempo figura simbolica per la causa palestinese.
L’esercito israeliano ha confermato che “i preparativi per il ritiro parziale delle truppe” sono già in corso, ma ha precisato che “le operazioni continueranno nelle aree dove permangono minacce attive”.
Un equilibrio fragile: disarmo e governance restano irrisolti
L’accordo, spiegano funzionari americani citati da ABC News, riguarda solo i “primi passi” di un più ampio piano di pace. Restano fuori i temi più delicati: il disarmo dei combattenti di Hamas e la futura governance della Striscia di Gaza.
Il piano di Trump, presentato in venti punti, prevede nella seconda fase la creazione di un’amministrazione provvisoria internazionale sotto supervisione Usa, con la partecipazione di Paesi arabi e dell’ex premier britannico Tony Blair. L’obiettivo dichiarato sarebbe la ricostruzione e la stabilizzazione della Striscia, preludio – secondo Washington – a un futuro Stato palestinese smilitarizzato.
Ma su questo punto il premier Netanyahu ha già posto dei limiti: “Israele non accetterà mai la creazione di uno Stato palestinese che minacci la nostra sicurezza”. Hamas, invece, ha dichiarato di accettare un governo tecnico palestinese “sotto l’egida dell’Autorità nazionale palestinese e con la garanzia dei Paesi arabi e musulmani”, ma ha respinto ogni ipotesi di amministrazione straniera o occidentale.
Trump verso Gerusalemme: un viaggio simbolico
L’ex presidente americano – che molti analisti considerano in piena campagna di rilancio internazionale – ha confermato la sua intenzione di recarsi nei prossimi giorni in Israele.
Il viaggio, che potrebbe includere anche tappe in Egitto e Qatar, servirà a consolidare l’accordo e a rilanciare il ruolo degli Stati Uniti come principale mediatore nel Medio Oriente.
La Casa Bianca ha intanto annunciato che gli Usa contribuiranno alla ricostruzione della Striscia con un piano di investimenti e assistenza tecnica coordinato dalla Banca Mondiale e dal Fondo monetario internazionale.