Social Bond anche in Italia, per rilanciare l’occupazione

15 Aprile 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – D. Il dieci aprile si è discusso del futuro delle imprese sociali in un incontro organizzato a Roma dall’Alleanza delle Cooperative Italiane. Domani, 16 aprile, l’Istat presenterà il nuovo Rapporto sul settore non profit e in Parlamento è in discussione la proposta di modifica della Legge 155, in cui Renzi propone la creazione di un fondo da 500 milioni di euro in favore delle imprese sociali. Professor La Torre, come spiega il rinnovato interesse per il settore del non profit?

R. Forse perché la crisi ha evidenziato la deriva di un’eccessiva omologazione del modello di mercato a livello internazionale e induce ogni Paese ad una rinnovata considerazione delle proprie radici al fine di potenziarne peculiarità storiche e strutturali. L’Italia, infatti, vanta un tessuto di organizzazioni del non profit molto ricco e variegato, rappresentato da numerose realtà a carattere locale e da un sistema cooperativo capillare. E’ ormai diffusa la convinzione che il terzo settore possa costituire un tassello importante per la ripresa economica; meno chiare appaiono le coordinate che devono guidare questo amore ritrovato.

D. Sembra che molto dipenda dalla modifica della Legge 155

Certamente la modifica della legge 155 è un tassello importante; il quadro regolamentare quando è assente può rappresentare un vincolo, ma costituisce anche un’opportunità; quando è presente, ma non più attuale, come nel caso della legge 155, è certamente un vincolo. La discussione di questi mesi è cruciale. Accanto alla legge 155, tuttavia, aggiungerei una nota di attenzione anche per la legge 49/87 sulla cooperazione internazionale. Importante nell’ottica dei rapporti dell’Italia con i Paesi in via di sviluppo e, inevitabilmente, delle dinamiche dei flussi migratori.

D. Come si comportano a riguardo Inghilterra e America?

R. Gli investimenti ad impatto sociale si stanno affermando rapidamente negli Stati Uniti e in UK, mercati che si mostrano pionieri anche nel caso dei famosi “social impact bond” (SIB). Si tratta di obbligazioni che vengono emesse per finanziare progetti ad impatto sociale, spesso correlati a settori tipici del welfare, quali la sanità, la giustizia, l’educazione. La novità, rispetto ai classici strumenti obbligazionari, è riconducibile alla struttura di diversificazione del rischio e distribuzione dei ricavi. Nella maggior parte dei bond emessi, il promotore è lo Stato, o un ente pubblico, che tramite un soggetto terzo catalizza investitori disposti a finanziare il progetto. Viene stabilito uno specifico obiettivo di natura sociale o ambientale e gli investitori verranno remunerati solo al raggiungimento dei risultati stabiliti.

Il primo Social Impact Bond, e quello più noto, è stato emesso in Gran Bretagna nel settembre 2010 ed è stato dedicato al recupero dei carcerati della prigione di Peterborough. In pratica, l’obiettivo dell’impatto consiste nella riduzione del tasso di recidiva dei detenuti del carcere. Il SIB prevede la restituzione dell’investimento iniziale agli investitori, più un rendimento del 7.5%,se, e solo se, gli interventi di reinserimento sociale previsti ridurranno la recidiva di Peterborough almeno del 7,5% rispetto a un gruppo di controllo composto di detenuti con caratteristiche simili ma di altre prigioni britanniche. In sostanza, gli investitori finanziano il progetto e ne ricavano un guadagno solo se lo Stato raggiunge l’obiettivo sociale. Lo Stato trae un beneficio doppio dall’operazione: di tipo finanziario perché i fondi necessari ad implementare il progetto sono anticipati dagli investitori; di tipo economico perché l’interesse corrisposto in caso di raggiungimento dell’obiettivo sociale è proporzionato al risparmio che lo Stato ottiene riducendo il tasso di recidiva dei detenuti; quindi la remunerazione degli investitori è quota parte del guadagno/risparmio ottenuto dallo Stato.

D. Ma le imprese sociali che parte svolgono in questo meccanismo?

R. Ecco il punto: il successo dell’operazione deriva dal raggiungimento dell’obiettivo sociale prefissato; quando si raggiunge l’obiettivo, sia lo Stato che gli investitori realizzano un guadagno. Nel caso del SIB di Peterborough, ad esempio, all’operazione prendono parte ben quattro imprese sociali specializzate nel fornire servizi nel settore; queste organizzazioni si occupano di assistere i detenuti selezionati nella fase di accompagnamento ed inserimento nella società civile fino alla collocazione in un ambiente di lavoro. Dunque, le imprese sociali sono parte essenziale del successo della finanza d’impatto.

D. Lei rappresenta l’Italia nella taskforce sugli investimenti ad impatto sociale promossa lo scorso giungo in ambito G8 dal Gabinetto britannico e fortemente sostenuta da David Cameron e Barack Obama: qual è il compito di questa taskforce? Ha a che fare con quanto ci ha raccontato?

R. La taskforce sugli investimenti ad impatto sociale è stata fortemente voluta dal Governo inglese e dagli Stati Uniti che hanno, per primi, intravisto nella finanza d’impatto un’interessante soluzione ai problemi di welfare e della disoccupazione. L’Italia ha subito aderito all’iniziativa; insieme a me, rappresentano l’Italia il professor Mario Calderini e Giovanna Melandri in qualità di Presidente di Human Foundation ed in rappresentanza del terzo settore. I lavori della taskforce sono orientati a diffondere la cultura della finanza d’impatto e a fornire indicazioni di policy ai governi per stimolare la crescita del mercato degli investimenti ad impatto sociale. La taskforce produrrà un Rapporto che sarà presentato a fine giungo a Londra e sarà reso disponibile in versione definitiva a settembre; L’Italia, in linea con gli altri Paesi, ha costituito un Advisory Board Nazionale che sta predisponendo un Rapporto per il mercato degli investimenti ad impatto sociale, dal quale emergeranno indicazioni puntuali e contestualizzate per il nostro Paese.

L’Italia, peraltro, può già vantare, rispetto ad altri Paesi europei, alcuni primati in materia di finanza inclusiva: insieme alla Francia ed alla Romania, figura tra le tre nazioni ad avere approvato una legge sul microcredito; avendo istituito l’Ente Nazionale Italiano per il Microcredito è l’unico Stato in Europa dotato di un ente pubblico dedicato alle politiche di microfinanza e di lotta alla povertà; ha di recente adottato provvedimenti regolamentari in materia di social lending e crowdfunding. L’imminente semestre europeo di Presidenza italiana, pertanto, potrebbe essere il momento opportuno affinché l’Italia consolidi un ruolo di leadership per una finanza del sociale e del welfare e promuova una linea innovativa di sviluppo sostenibile e di benessere.

Mario La Torre è professore ordinario di Economia degli Intermediari Finanziari e Microfinanza e Finanza Etica presso l’Università di Roma La Sapienza; è Membro del Collegio dei docenti del Dottorato di Ricerca in “Gestione Bancaria e Finanziaria” presso la stessa Università; è Membro della G7 taskforce sui Social Impact Investments e Membro del Cda dell’Ente Nazionale Italiano per il Microcredito; Tra le molte attività è stato estensore della normativa in materia di agevolazioni fiscali al settore cinematografico e membro del gruppo consultivo per la definizione della legge sul microcredito.