Crescono posti di lavoro vacanti: in Italia pesa lo “skill mismatch”

11 Marzo 2019, di Alberto Battaglia

Cresce la difficoltà a trovare le figure professionali adeguate per le imprese italiane: è quanto rivelano i dati Istat, secondo i quali i posti vacanti sono saliti all’1,2% del totale nel quarto trimestre del 2018. In particolare risultano vacanti l’1,1% dei posti dell’industria e dell’1,4% nel settore dei servizi. Si tratta dei livelli più alti sperimentati negli ultimi otto anni, ovvero da quando l’Istat compie questo genere di rilevazione.

I posti vacanti, secondo la definizione Istat. “Misurano le ricerche di personale che alla data di riferimento (l’ultimo giorno del trimestre) sono già iniziate e non ancora concluse. Sono, infatti, quei posti di lavoro retribuiti che siano nuovi o già esistenti, purché liberi o in procinto di diventarlo, per i quali il datore di lavoro cerchi attivamente un candidato adatto al di fuori dell’impresa interessata e sia disposto a fare sforzi supplementari per trovarlo”.

Uno studio Ocse datato 2015 metteva in chiaro che la mancanza di figure qualificate per soddisfare le esigenze delle imprese ha rilevanti conseguenze economiche. Il nome di questo fenomeno, è “skill mismatch” ovvero disallineamento delle competenze.

Minore skill mismatch è legato a crescita produttività

Secondo quanto dimostrato dagli autori un minore skill mismatch è correlato alla crescita della produttività. L’Italia, fra le 19 economie avanzate prese in esame dalla ricerca dell’Ocse risultava, nel 2012, il Paese nel quale le competenze (skills) erano meno allineate con le esigenze delle imprese (vedi figura in basso).

Di conseguenza, aveva calcolato l’Ocse, correggere lo skill mismatch italiano offrirebbe il miglior risultato in termini di maggiore produttività: il 10% in più (grafico in basso).

“I responsabili politici non dovrebbero preoccuparsi solo di aumentare lo stock di capitale umano, ma anche di allocare lo stock esistente di esseri umani capitale in modo più efficiente”, concludevano gli autori, “è probabile che quest’ultimo assumerà un’importanza sempre maggiore nei prossimi decenni nei quali si prevede un rallentamento della crescita dello stock di capitale umano”.