SILVIO E LA RAI ALLARMISTA: «PARLANO SOLO DI CRISI»

22 Novembre 2008, di Redazione Wall Street Italia

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(WSI) – Per Silvio Berlusconi ci sarebbe un nesso tra l’emergenza economica e l’emergenza in Rai. L’ha spiegato con un grafico: «Abbiamo rilevato le aperture dei Tg negli ultimi mesi. Vedete questo picco? Sono i titoli sulla crisi. Crisi, crisi…».

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«Non si parla d’altro che di crisi», si lamenta Berlusconi: «Come posso combattere così? Non riesco a far passare il mio messaggio». Resta da capire quale sia il messaggio. Finora il premier si è limitato a infondere dosi massicce di ottimismo e di fiducia. Se non è andato oltre certi generici appelli c’è un motivo, ed è la ragione del suo nervosismo. Il Cavaliere vorrebbe invitare i cittadini a spendere, in modo da sostenere l’economia reale. Ma al tempo stesso dovrebbe consigliarli a risparmiare, visto che sono in arrivo tempi duri. Impossibile sostenere una simile tesi, il Paese non comprenderebbe. E Berlusconi sa che «se un messaggio impiega più di tre secondi per essere capito, vuol dire che non è chiaro o è sbagliato».

Piuttosto che correre il rischio del «ma anche», piuttosto che fare il verso a Walter Veltroni, vorrebbe somigliare all’inquilino della Casa Bianca: «I telegiornali continuano a battere sul tasto della crisi, e io non ho la possibilità di replicare. Ma perché al capo del governo dev’essere vietato di andare alla tv di Stato per spiegare certe cose? Perché non può essergli consentito di fare come il presidente degli Stati Uniti, che ogni settimana si rivolge alla nazione?». Ecco svelato il nesso tra le due emergenze, ecco cosa unisce il tonfo di Wall Street allo stallo di viale Mazzini. Ecco la «Raieconomics» del Cavaliere.

In attesa di proporre il suo piano mediatico quando saranno cambiati i vertici Rai, Berlusconi è concentrato sul piano anti-crisi, e sui provvedimenti che vorrebbe adottare. La tesi del premier è che «i redditi sono tornati al livello del 2006, ma i fondamentali dell’economia restano buoni. Certo, al netto delle sorprese dei mercati». Ed è proprio su questa incognita che insiste il ministro dell’Economia e non demorde: «Il nostro sistema finanziario è più solido rispetto ad altri Paesi, ma l’onda può arrivare da un momento all’altro e fare danni». Perciò «non dobbiamo rinegoziare nulla con Bruxelles», perciò deve proseguire la battaglia contro deficit e debito.

Tremonti — durante un vertice di governo — ha paragonato il prossimo piano anti-crisi «al piano Marshall, nel senso che allora gli Stati Uniti non stanziarono subito tutti i fondi, ma li programmarono negli anni». Ottanta miliardi, questo sarà l’ammontare del progetto italiano. Il punto è dove verranno presi questi soldi: dai Fondi per le aree sottoutilizzate? Dai Fondi comunitari? E sarà accettata questa impostazione? Perché nell’esecutivo c’è chi, come Claudio Scajola, avanza più di un’obiezione: «In questi mesi al ministero per lo Sviluppo economico — ha detto con tono alterato a Tremonti — abbiamo studiato dei progetti, non siamo mica andati al mare».

Berlusconi cerca di tener basso il livello di conflittualità nel governo, mentre Gianni Letta cerca di tenerlo basso nel rapporto con la Cgil. Raccontano che il sottosegretario abbia avuto nei giorni scorsi un colloquio con Guglielmo Epifani — dopo lo scontro verbale a Ballarò tra il leader sindacale e il premier — e che sia convinto della necessità di costruire un rapporto tra i due. Perché un conto è la diversità di vedute sulle misure da adottare, altra cosa è il muro contro muro.

La crisi c’è. Il Cavaliere la teme quanto il messaggio che sulla crisi viene quotidianamente rilanciato: «Di questo passo, anche chi è in grado di mantenere un certo tenore di vita, potrebbe ridurlo. E riducendosi i consumi, calerebbe la produzione, i posti di lavoro… Allora sì che precipiterebbe tutto». In attesa di trovare un modo per comunicare, si affida all’ottimismo. Se non fosse che Berlusconi ha l’impressione di condurre in solitudine questa battaglia: «Anche Confindustria ci si è messa giorni fa, quando ha aggiornato in negativo i dati sulla recessione e li ha resi pubblici». La crisi c’è. Lo si legge sui bollettini economici, prima ancora che sul grafico dei tg.

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