Scacco allo Stato: la spending review di Monti è incostituzionale

7 Giugno 2016, di Alessandra Caparello

ROMA (WSI) – La forbice della spending review tanto voluta dal governo di Mario Monti nel 2012 è incostituzionale. A dirlo la stessa Corte Costituzionale intervenuta a seguito del ricorso presentato al Tar del Lazio da due Comuni pugliesi, Lecce e Andria.

Per recuperare le risorse necessarie e guadagnare credibilità agli occhi dei mercati, il governo Monti varò la spending review, una serie di tagli alla spesa pubblica che colpirono anche gli enti territoriali. Il decreto legge sulla spending review prevedeva per l’anno 2013 la riduzione del fondo sperimentale di riequilibrio e del fondo perequativo per un ammontare complessivo di 2.250 milioni di euro. Come si legge nello stesso decreto:

“Il taglio per ciascun comune è determinato, con decreto di natura non regolamentare del ministro dell’Interno, in proporzione alla media delle spese sostenute per consumi intermedi nel triennio 2010-2012, desunte dal Siope”.

Ora la Consulta con la sentenza n. 129/2016 depositata ieri, ha dichiarato illegittima proprio una parte  del secondo decreto sui tagli alla spesa pubblica del governo Monti del luglio 2012, ossia quella in cui “non prevede, nel procedimento di determinazione delle riduzioni del Fondo sperimentale di riequilibrio da applicare a ciascun comune nell’anno 2013, alcuna forma di coinvolgimento degli enti interessati, né l’indicazione di un termine per l’adozione del decreto di natura non regolamentare del ministero dell’Interno”.

La Consulta in pratica boccia la spending review di Monti perché non ha coinvolto i Comuni. Non era stata convocata neppure la Conferenza Stato-città, quindi il  provvedimento ha violato palesemente l’articolo 119 della Costituzione, che sancisce l’autonomia finanziaria di entrate e di spese di comuni, le province, le città metropolitane e regioni. Come si legge nella sentenza della Corte:

“’Nessun dubbio che le politiche statali di riduzione delle spese pubbliche possano incidere anche sull’autonomia finanziaria degli enti territoriali. Tuttavia tale incidenza deve essere ”mitigata”, attraverso la garanzia del coinvolgimento degli enti ”nella fase di distribuzione del sacrificio e nella decisione sulle relative dimensioni quantitative, e non può essere tale da rendere impossibile lo svolgimento delle funzioni degli enti in questione”.

A Monti e Bce è sfuggito un particolare

Se gli enti territoriali non si muovono allora sì che deve intervenire lo Stato attuando i tanto temuti tagli, ma vanno sempre coinvolti gli enti, i destinatari di questi tagli, cosa che il governo Monti non ha fatto.

E la cosa ancor più grave, a detta dei ricorrenti e confermata anche dalla Consulta, è che lo Stato ha deciso di tagliare quelli che sono chiamati i “consumi intermedi”, una definizione generica in cui rientrano sì le spese per il funzionamento amministrativo e quindi  eventuali sprechi ma anche le spese sostenute per l’erogazione di servizi ai cittadini, finendo così per sacrificare le amministrazioni comunali che erogano più servizi.

Una sentenza questa della Consulta destinata a far discutere e non si sono certamente fatte attendere le reazioni dei comuni. Il cittadino di Ascoli Piceno e delegato Anci alla finanza locale, Guido Castelli dalle pagine de Il Corriere della Sera afferma:

“I comuni hanno sempre detto no a tagli imposti dall’alto e le autonomie sono state compresse dallo Stato che ha fatto spending sui comuni e soprattutto l’ha imposta senza il rispetto della co-decisione che l’art. 119 prescrive. La decisione della Consulta è uno scacco che i Comuni fanno allo Stato che si era arrogato una competenza senza rispettare le  metodiche previste”.