Rumor: aliquota al 26% per il trading di Btp

24 Marzo 2014, di Redazione Wall Street Italia

MILANO (WSI) – Per ora è solo un’indiscrezione. Dopo tante dichiarazioni – più o meno ufficiali – che i titoli di Stato resteranno all’aliquota 12,5% nel trattamento fiscale delle rendite finanziarie, arriva una voce: potrebbe rimanere al 12,5% per cedole e rimborsi, ma aumentare per il trading, cioè per le plusvalenze da acquisto e vendita durante la vita del bond, con realizzo di “capital gain”. In questo caso si passerebbe al 20 o addirittura al 26%. Abbiamo contattato alcuni intermediari leader e la risposta è stata unanime: non ne sappiamo nulla.

La voce però continua a circolare e viene così motivata: la scelta servirebbe a stabilizzare i corsi dei titoli di Stato, riducendo quella che i politici chiamano “speculazione”. Vero o falso? “Boutade” di qualcuno che ci prova o tentativo di mettere le mani anche sui governativi, proteggendo solo “i nonnini e i loro Bot”? Staremo a vedere. Occorre comunque ricordare che finora la tassazione al 12,5% dei titoli di Stato deriva da uno strano compromesso. L’effettiva imposta è del 20% ma sul 62,5% dell’importo transato, da cui deriva appunto il 12,5%. Il tentativo di aumentare l’aliquota al 20% per il trading era già stata annunciata dal Governo Monti, che aveva poi rinunciato trovando il compromesso appena descritto. Ci riprovano?

Spostarsi sui titoli di Stato oppure no?

Durante l’ultima settimana il tiro al piccione è stato unanime. Visto che i titoli di Stato sono meno gravati da imposizioni fiscali, occorre spostare parte del proprio patrimonio in questa direzione. Punto esclamativo! Facile a dire, più difficile a fare. Di rendimenti elevati i cugini di mezzo mondo dei Btp ne offrono e più di quanto non si pensi. Si tratta però di obbligazioni di Paesi o ad alto rischio o inserite nella lista “black” o ancora peggio non acquistabili per la presenza di normative restrittive, che prevedono l’apertura di specifici conti deposito dedicati solo ai bond della singola nazione. E poi sorge naturale un’altra domanda: c’è da fidarsi di più di uno Stato e dei suoi debiti “monstre” (che nessuno certifica) o di una “corporate” magari quotata in Borsa e con un bilancio ufficiale? Ciascuno si dia la sua risposta. Comunque la situazione dei titoli di Stato è assai complessa. Rendimenti superiori al 7% sono possibili, ma riguardano Paesi come Ucraina, Venezuela, Bolivia, Turchia, Argentina, Russia, Sud Africa, Jamaica, Serbia, Indonesia, Ghana, Honduras e Ruanda più o meno nel turbinio di qualche scossone economico o politico.

Ecco allora una scelta di situazioni più chiare, ma con la precisazione che in certi casi alcuni Paesi, soprattutto centro e sudamericani, prevedono strane forme limitative alla vendita dei titoli di Stato, se espressi nelle proprie valute (niente di particolare; si tratta soprattutto di quantità bloccate, che non corrispondono ai lotti minimi). Meglio allora scegliere emissioni in dollari, per le quali non ci sono limitazioni e si opera su un’unica valuta. Per quanto riguarda la Cina molti intermediari non sono in grado di proporli, ma qualche “private” acquista titoli in yuan, presenti in alcuni portafogli di investitori italiani.

Ecco una selezione di alcune obbligazioni con rendimenti oltre il 5% (nell’ordine Emittente, Isin, Scadenza, Cedola-Valuta, Prezzo-Yield):

Messico MX0MGO0000D8 3/6/2027 7,5% – MXN 107,6 – 6,6%

Colombia XS0306322065 28/6/2027 9,85% – COP 129,6 – 6,4%

Panama US698299AT16 28/4/2034 8,125% – USD 125,2 – 6,0%

Brasile US105756BB58 20/1/2034 8,25% – USD 130,0 – 5,7%

Cina CND1000073G5 18/11/2063 (1) 5,31% – CNY 101,0 – 5,27%

Ungheria US445545AE60 29/3/2021 6,375% – USD 107,5 – 5,1%

Peru US715638AU64 14/3/2037 6,55% – USD 118,8 – 5,1%

Nuova Zelanda NZLGFDT004C1 15/5/2021 6,0% – NZD 105,5 – 5,1%

(1) titolo che presenta qualche problema di liquidità e che – se acquistato – conviene mantenere in portafoglio, pur con una scadenza così lunga

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da Effe Magazine – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

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