Robocalypse now: deficit di idee e coraggio

5 Luglio 2017, di Luciano Martinoli

Qualche settimana fa i banchieri centrali di tutto il mondo si sono riuniti a Sintra, Portogallo. Uno degli argomenti di discussione, come riporta Il New York Times, è stata la possibile “apocalisse” che i robot, intesi come software, apparati intelligenti e altro che possa sostituire il lavoro umano, potrebbero scatenare nel mondo del lavoro rendendo obsolete decine di categorie di lavoratori.

In passato, viene ricordato, progressi tecnici hanno creato sconvolgimenti temporanei migliorando però alla fine lo standard di vita di tutti e creando nuove categorie di lavoro. I macchinari agricoli hanno senz’altro tolto molto lavoro alla manovalanza contadina ma chi è rimasto a fare quel lavoro è stato pagato meglio e i loro pronipoti oggi possono permettersi di progettare videogiochi.

Oggi cosa non sta funzionando?

I banchieri centrali infatti si chiedono come mai una crescita economica più veloce, che certamente c’è stata (almeno in USA), non abbia portato un aumento dei prezzi e dei salari, soprattutto considerando che la disoccupazione è ad un livello incredibilmente basso (sempre in USA) e i profitti delle aziende alti.

Una possibile risposta arriva dal un rapporto presentato dall’ Information Technology and Innovation Foundation, un think-tank supportato dalle industrie del settore, e commentato da un articolo del Wall Street Journal. A dispetto di quel che si pensa, e si teme, i robot, e l’automazione in generale, non stanno distruggendo un numero sufficiente di lavori come è successo in passato. L’esatto contrario di ciò che si va dicendo.

L’affermazione è supportata da una retrospettiva, basata su dati del lavoro US, che parte dal 1850 fino al 2015.
Le motivazioni sembrano cercarsi nel fatto che i “robot possono sostituire molto meno cose che vanno nel PIL di quanto pensiamo. I miglioramenti nel settore della salute hanno creato nuovi e più costosi trattamenti ma non reso quelli esistenti più economici . I bambini possono stare di fronte a schermi molto migliori di quelli degli anni ’50 ma i genitori che lavorano non lasceranno i loro figli alle cure di un robot, così le baby-sitter sono raddoppiate ad almeno 2 milioni tra il 1990 e il 2010.”

“Invece di preoccuparsi dei robot che distruggono il lavoro – conclude il WSJ – la classe dirigente dovrebbe immaginare come usarne di più, specialmente nei settori a bassa produttività”.

Oggi invece, come ricorda il NYT, le aziende di mezzo mondo, che pure sono sedute su enormi riserve di denaro, lo dispensano agli azionisti invece di fare investimenti in nuovi prodotti e servizi.

Allora la conclusione, anticipata nel titolo e applicabile anche per L’Europa e l’Italia, è che il vero problema rispetto al passato non è, ancora una volta, la tecnologia ma la mancanza di idee e coraggio per realizzare, grazie ad essa, prodotti e servizi totalmente nuovi.

In una parola il vero deficit a cui assistiamo è di Imprenditorialità.

  • E’ per questo che le grandi aziende distribuiscono sontuosi dividendi agli azionisti, che poco si lamentano; non saprebbero fare altro.
  • E’ per questo che i loro piani di sviluppo (descritti nei business plan) o non sono disponibili o sono poveri e timidi; non sanno cosa dire.
  • E’ per questo che le start-up propongono marginali miglioramenti, spesso ridicoli, ad attività correnti e, proprio per questo, chiudono i battenti appena esauriscono il capitale.

Più che politiche monetarie, tecnologie intelligenti, Industrie 4.0, 5.0, 6.0 e così via, abbiamo bisogno di Imprenditorialità diffusa, di strumenti per rappresentarla, per riconoscerla e stimolarla.

Essa però non è descritta nei bilanci, unico documento disponibile ufficialmente.

Abbiamo dunque bisogno che le aziende si sottopongano al giudizio della società, accettandone stimoli e critiche, rendendo pubblici i loro progetti di sviluppo, e così facendo conquistando il supporto degli stakeholder.

In mancanza la Robocalypse incombe, ma solo per nostra ignavia e codardia.