Riforma fiscale Usa: manca un voto, entro Natale Trump firma

20 Dicembre 2017, di Livia Liberatore

Una maggioranza di 51 voti contro 48 contrari ha approvato al Senato degli Usa la riforma fiscale voluta dal presidente Donald Trump. Un imprevisto costringerà però i repubblicani a sottoporre di nuovo il testo al voto alla Camera, alle 18 ora italiana di mercoledì 20 dicembre: il Senato ha deciso la soppressione di tre articoli ritenuti in contrasto con le regole parlamentari. La deliberazione della Camera, attesa per mezzogiorno ora locale, non dovrebbe riservare sorprese.

Il testo potrebbe arrivare a Trump per la firma prima di Natale come promesso dall’amministrazione Usa. Le speculazioni sull’approvazione della maxi riforma legislativa, che vale mille miliardi e mezzo, hanno contribuito ai rialzi di Borsa da quando un anno fa il leader Repubblicano si è aggiudicato a sorpresa le elezioni presidenziali.

Il provvedimento da 1.500 miliardi di dollari di tagli di tasse previsti in dieci anni, è considerato la più vasta riforma del sistema fiscale negli Stati Uniti negli ultimi trent’anni. Durante il dibattito che ha preceduto l’approvazione, i democratici hanno accusato i repubblicani di fare donazioni ai ricchi e alle corporazioni e di far salire il debito federale. La rappresentante della California, Nancy Pelosi ha definito la riforma “una truffa, un furto alla classe media americana”. I repubblicani hanno commentato con soddisfazione l’approvazione. Il portavoce Paul D.Ryan del Wisconsin ha detto: “oggi stiamo restituendo alle persone di questo Paese i loro soldi”.

Non è sicuro che riforma fiscale crei posti di lavoro

La legge riduce l’aliquota sugli utili delle aziende dal 35% al 21%. Una mossa che, nelle attese dei repubblicani, dovrebbe aumentare la crescita economica, creare posti di lavoro e permettere salari più alti. A meno che le multinazionali non dovessero decidere di usare i capitali rimpatriati dall’estero per fare acquisizioni, portando quindi a sinergie e tagli del personale. Secondo gli osservatori economici, la riforma fiscale favorirà in particolare le banche, le grandi imprese del settore delle ferrovie e della raffinazione del petrolio e le compagnie aeree.

Saranno avvantaggiati anche i redditi dei miliardari. Gli scaglioni di imposta per le persone fisiche resteranno sette: andranno dal 10% per la fascia di reddito più bassa, che resta invariata rispetto a quella in vigore, al 37% per quella più alta, che ha ottenuto uno sconto rispetto all’attuale 39,6%. La percentuale più favorevole è destinata a chi guadagna sopra i 500 mila dollari.

Cancellato il mandato individuale, cioè l’obbligo di assicurazione sanitaria per tutti previsto dall’Obamacare, provvedimento con cui il governo conta di risparmiare, sulle assicurazioni e sugli aiuti al programma Medicaid. Modifiche anche nella disciplina della tassa di successione, oggi al 40% per i patrimoni individuali sopra i 5,5 milioni. Con la riforma, l’aliquota si applicherà solo ai patrimoni superiori a 11 milioni di dollari a livello individuale. Ma il beneficio scomparirà nel 2025, un passo che i repubblicani hanno introdotto per rispettare le regole di bilancio.

La tassa una tantum per il rientro dei capitali detenuti all’estero dalle società statunitensi è stata fissata al 15,5%, percentuale che consentirà un risparmio rispetto a quella prevista per rimpatriare i guadagni secondo la legge vigente, un’aliquota del 35%. Un punto considerato fondamentale da Trump. I 1.400 miliardi di dollari che, si stima, verranno in questo modo rimpatriati in Usa dalle multinazionali americane potrebbero però ridurre i posti di lavoro anziché crearne. E’ quanto sostiene l’analista di Credit Suisse Vamil Divan. Società come Pfizer Inc. potrebbero approfittarne per espandersi e fare acquisti e procedere ai tagli di personale necessari.