Quando la collezione d’arte privata diventa un museo

10 Aprile 2019, di Redazione Wall Street Italia

di Paolo Ceccherini

Le grandi famiglie e le imprese riuniscono sempre più spesso i loro patrimoni artistici in strutture espositive private

Le collezioni d’arte private, costituite da opere acquisite nel corso degli anni da una famiglia o da un’impresa, hanno un elevato valore affettivo, simbolico ed economico. Molto spesso la loro gestione diventa complessa e un’alternativa per la conservazione è data dalla possibilità di riunirle e metterle a disposizione del pubblico in un museo privato.

Un fenomeno molto recente

Il fenomeno è molto recente come mostrano i numeri presentati nel volume di Alessia Zorloni “Musei privati. La passione per l’arte contemporanea nelle collezioni di famiglia e d’impresa” edito da Egea, nel quale sono raccolte 367 esperienze di musei privati e 210 collezioni aziendali. Il primo dato che emerge è che il 74% dei musei privati sono stati fondati dopo il 2000.
Secondo l’autrice, una delle ragioni che spinge verso questa soluzione è la difficoltà di trovare accordi soddisfacenti con le istituzioni pubbliche oltre alla volontà dei collezionisti di colmare il vuoto lasciato dallo stato per quanto riguarda la promozione delle forme d’arte più contemporanee. Molte collezioni donate da privati a istituti non vengono di fatto esposte: la Tate ad esempio propone nelle proprie sale circa il 20% della sua collezione, il Louvre l’8%, la National Gallery il 5% e il Guggenheim solo il 3 per cento.

«È un problema molto sentito dai collezionisti privati che, sempre più raramente, decidono di donare le opere in proprio possesso a un museo pubblico senza chiedere, come conditio sine qua non, l’esposizione permanente dell’intera collezione donata».

L’Europa è l’area geografica in cui si concentra il maggior numero di strutture (61%), seguita dall’Asia (18%) e dal Nord America (12%). Il restante 9% è distribuito tra Medio Oriente, Sud America e Africa. Con riferimento ai singoli Paesi, tra i più virtuosi vi è senza dubbio la Germania, sede di 67 musei privati. L’Italia si colloca al secondo posto, a livello europeo, con 40 musei privati presenti sul territorio, il 62% dei quali inaugurato nel nuovo millennio.

Le realtà italiane

Una delle realtà più importanti in Italia è rappresentata da Palazzo Sandretto Re Rebaudengo gestito dall’omonima fondazione. Il museo contiene, tra le altre, opere di Maurizio Cattelan, Damien Hirst, Charles Ray e Vanessa Beecroft.
Nata a Torino nel 1995 su iniziativa del suo presidente Patrizia Sandretto Re Rebaudengo, il museo promuove nei suoi spazi, oltre alla propria collezione, l’arte contemporanea e in particolare la produzione dei giovani artisti.L’attività di ricerca e promozione di nuovi talenti ha permesso alla fondazione di collaborare al lancio di numerosi artisti che negli anni hanno raggiunto quotazioni considerevoli tra i quali, Doug Aitken e l’argentino Adrían Villar Rojas.

Musei privati anche per le imprese

Anche le imprese utilizzano lo strumento del museo privato per investire strategicamente in cultura e averne un ritorno di immagine. Le Gallerie d’Italia, nella sede storica della Banca commerciale italiana in Piazza della Scala a Milano, sono il polo museale di Intesa Sanpaolo e riuniscono le collezioni della banca e della Fondazione Cariplo. In esposizione si trovano opere di Antonio Canova, Umberto Boccioni, Angelo Inganni, solo per citarne alcuni. Nel contesto italiano imprenditori come Armani, Benetton, Ferrero, Lavazza, Pirelli, Zegna e Ferragamo hanno deciso di dare una forma istituzionale alle loro attività filantropiche, creando una fondazione.

Come evidenzia Zorloni le ragioni più frequentemente citate a giustificazione della scelta sono il considerare l’impegno di pubblica utilità come naturale espressione della cultura aziendale e la forte motivazione personale dell’imprenditore o capo azienda.

«Tra i principali benefici di una fondazione d’impresa si possono annoverare il grado di adattabilità con cui riesce a operare; la maggiore facilità nel creare partnership grazie a una percezione di maggiore neutralità della fondazione; la possibilità di chiarire il posizionamento dell’azienda e di comunicare i valori aziendali».

L’articolo integrale è stato pubblicato sul numero di aprile del magazine Wall Street Italia.