Quali sono i criteri per investire sostenibile

1 Luglio 2019, di Redazione

L’articolo è tratto dal magazine Wall Street Italia di giugno e fa parte del lungo dossier dedicato alla sostenibilità.

di Valeria Panigada

Dalla consapevolezza delle problematiche ambientali e sociali all’azione il passo è grande, soprattutto negli investimenti, quando entra in gioco anche la componente denaro. Ma anche in questo campo è possibile rimanere fedeli ai propri valori optando per una determinata categoria di prodotti e strumenti. Esiste infatti il cosiddetto investimento sostenibile.
Il campo è piuttosto ampio e variegato, ma quello che oggi viene identificato come sinonimo di sostenibilità nell’industria del risparmio è l’acronimo ESG.

Dammi una E, dammi una S, dammi una G. La sigla ESG sta per Enviromental, Social e Governance. Tradotto: Ambiente, Società e Governance, tre distinti universi di sensibilità. Il primo è quello dell’ambiente, che comprende temi quali il cambiamento climatico, l’inquinamento, la gestione dei rifiuti, gli sprechi e la deforestazione.
Il secondo riguarda i diritti umani, le pari opportunità, la salute e la formazione dei lavoratori e i rapporti con la comunità. Il terzo universo è relativo alle pratiche di governo societarie, come le politiche di retribuzione dei manager, la composizione del consiglio di amministrazione, le procedure di controllo, i comportamenti dei vertici e dell’azienda in termini di rispetto delle leggi e della deontologia.
Quando questi fattori ambientali, sociali e di governance vengono presi in considerazione nel processo decisionale e nella costruzione della strategia, accanto agli aspetti finanziari, allora si può parlare di investimento sostenibile.
In pratica, è un approccio che non solo esclude dal portafoglio determinate società, come i produttori di armi, tabacco e alcol, ma prevede anche una selezione di aziende impegnate in maniera attiva su temi come l’ambiente, la società e il governo dell’impresa.

Occhio alla selezione e al greenwashing. Gli investimenti ESG hanno preso d’assalto il mondo della finanza, con una invasione di fondi, ETF e prodotti marchiati sostenibili. Ma sono tutti uguali? Non proprio. La definizione di ESG non è univoca e l’approccio delle case d’affari può essere più o meno severo. Le variabili di sostenibilità infatti sono molteplici, non sempre facilmente misurabili e sono strettamente legate alle preferenze del gestore.
Non solo. La mancanza di uno standard universale per i criteri, le variabili e la metodologia di calcolo agevola anche un fenomeno, chiamato “greenwashing”. Si tratta di una pratica di comunicazione adottata da alcune imprese ed emittenti per costruirsi una immagine ingannevolmente positiva sotto il profilo dell’impatto ambientale. Insomma, come suggerisce la parola inglese, una pennellata di verde che sia solo d’apparenza, così da rientrare comunque nell’ambito della sostenibilità.

L’assenza di uno standard universale condiviso, che consenta di comparare le varie valutazioni e preveda criteri di classificazione e misurazione comuni e riconosciuti potrebbe creare qualche problema. Ma qualcosa si può fare e si sta già facendo.
Un punto di riferimento è rappresentato dai principi promossi dalle Nazioni Unite nel 2006, noti come PRI (Principles for responsible investment). Non solo. “La Commissione e il Parlamento europeo stanno lavorando per realizzare una tassonomia dei criteri e dei prodotti ESG – ci spiega Mariantonietta Intonti, professoressa di Economia degli Intermediari Finanziari all’Università di Bari, Dipartimento di Economia e Finanza – Ciò non toglie che al momento ogni Sgr è libera di scegliere i criteri che ritenga più opportuni per la costruzione del fondo. L’importante però è che ci sia piena trasparenza e quindi che il risparmiatore sappia quali sono e in che modo i criteri siano stati utilizzati”.

Importantissimo leggere i documenti informativi che contengono le caratteristiche e gli obiettivi del prodotto, oltre che affidarsi a degli intermediari seri e magari dei consulenti che possano guidare nella scelta più corretta. “Certamente è necessario anche che intervenga un’autorità di vigilanza, in Italia la Consob, che introduca un sistema premiante per coloro che rispettano i criteri dichiarati e sanzioni chi invece questo comportamento non ce l’ha”, suggerisce la professoressa Intonti. Ma è necessario anche un confronto tra organizzazioni nazionali, internazionali e accademia per definire gli opportuni confini degli investimenti sostenibili e superare i problemi di soggettività. Così che le decisioni di risparmio e investimento possano avere un impatto reale e concreto sul mondo che ci circonda. Questo è l’inizio di una grande opportunità.

 

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