Primarie per legge: quanto ci costerebbero?

29 Gennaio 2014, di Redazione Wall Street Italia

ROMA (WSI) – Tramontata quasi definitivamente l’ipotesi preferenze, forse si introdurranno le primarie stabilite per legge. Ma non obbligatorie per tutti i partiti: saranno facoltative. Nel caos degli emendamenti alla legge elettorale, sta prendendo sempre più piede l’idea di regolamentare il metodo di scelta dei candidati che finiranno nei listini. Già, ma con quali regole? E soprattutto: chi paga ?

Tutti d’accordo

C’è un emendamento che sembra unire tutto il Pd (tra i firmatari figurano, tra gli altri, il bersaniano D’Attorre, il renziano Richetti e Rosy Bindi) e che ricalca il sistema in vigore per la Regione Toscana, la prima ad aver istituito per legge le primarie sin dal 2004. Forza Italia non farà le barricate, anche perché al primo comma si legge: «I partiti e i movimenti che intendono prendere parte alle elezioni della Camera dei deputati e del Senato della repubblica possono effettuare la designazione dei candidati nelle proprie liste attraverso elezioni primarie». Possono, dunque. E non «devono», perché – come in Toscana – queste primarie saranno soltanto una facoltà e non un obbligo. La domanda quindi è molto semplice: che bisogno c’è di istituire le primarie per legge se poi partecipano soltanto i partiti che già le fanno per i fatti loro? La riposta potrebbe essere ancor più semplice: con questo metodo i costi della consultazione elettorale non saranno a carico del partito, ma dello Stato. Con tanti saluti alla più volte annunciata riduzione dei costi della politica.

Cosa si vota

In Toscana le primarie servono per scegliere i candidati al Consiglio regionale e l’aspirante governatore. In occasione delle elezioni del 2010, alle primarie del 13 dicembre 2009 hanno partecipato solo due partiti: Pd e Sel. Agli elettori è stata consegnata una scheda con i candidati governatori (il più votato è diventato quello «ufficiale») e un’altra con l’elenco dei candidati di ogni partito (almeno uno in più dei posti disponibili nel listino, al massimo il doppio: la stessa regola sarà introdotta per i mini-collegi per i parlamentari). I più votati si sono guadagnati la posizione migliore nel listino. Per votare non era necessario essere tesserati ad alcun partito, bastava la regolare iscrizione nelle liste elettorali: urne aperte a chiunque. Esattamente come chiede l’emendamento targato Pd, che prevede pure l’alternanza di genere.

Il prezzo

Di fatto si tratterebbe di elezioni vere e proprie, indette dal Capo dello Stato «almeno 15 giorni prima del voto» e regolamentate per decreto. Non si vota nei circoli di partito, ma nei seggi stabiliti dal ministero e le operazioni sono seguite dal classico «pool» formato da scrutatori, presidente e segretario di seggio (tutti regolarmente retribuiti secondo i parametri di legge). Certificata anche la stampa delle schede, quella dei manifesti e la campagna informativa istituzionale. È stato così anche in Toscana nel 2009 e, pur avendo votato soltanto il 3,9% degli aventi diritto, i costi sono stati tutt’altro che contenuti. Circa 1,7 milioni di euro. Facendo una stima al ribasso, a livello nazionale potrebbero lievitare fino a 30 milioni. Tutti a carico dei contribuenti, anche se a partecipare fosse soltanto un partito.

Il contenuto di questo articolo, pubblicato da La Stampa – che ringraziamo – esprime il pensiero dell’ autore e non necessariamente rappresenta la linea editoriale di Wall Street Italia, che rimane autonoma e indipendente.

Copyright © La Stampa. All rights reserved