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Piazza Affari, il Ftse Mib riaggancia quota 50mila: livelli che non si vedevano dal 2000

Cinquantamila punti. Il FTSE MIB ha scritto ieri una pagina di storia, chiudendo a 50.050,26 e sfiorando per la prima volta in oltre un quarto di secolo il tetto che il mercato inseguiva dal 6 marzo 2000, quando l’allora MIB30 si fermò a 50.109 punti — alla vigilia di quello che sarebbe diventato il più devastante crollo borsistico dell’era digitale. Mancano appena 59 punti al record assoluto. Un numero, certo. Ma soprattutto la caduta di una barriera psicologica rimasta intatta per ventisei anni.

Cosa è cambiato dal 2000

Il paragone con il 2000 resta inevitabile, anche se il listino milanese di oggi ha poco in comune con quello di allora.  A fotografare con precisione la portata di questa trasformazione è Gabriel Debach, market analyst di eToro, secondo cui l’indice che oggi si avvicina ai massimi storici non è lo stesso indice del 2000: non lo è nella composizione, non lo è nella struttura, non lo è nella filosofia industriale sottostante. In ventisei anni Piazza Affari ha cambiato nome tre volte, ha quasi completamente sostituito i propri protagonisti e soprattutto ha cambiato il DNA economico che la sostiene.

I numeri parlano chiaro. A fine febbraio 2000, rileva Debach, Telecom Italia capitalizzava circa 96 miliardi di euro e TIM altri 94: insieme rappresentavano circa il 30% dell’intera capitalizzazione del listino, con il settore telecomunicazioni che pesava complessivamente il 33% dell’indice e quello tecnologico un ulteriore 7%. Quasi il 41% di Piazza Affari era dunque concentrato in società telecom e tech. Le banche, che oggi dominano il FTSE MIB, avevano allora un peso marginale, attorno al 17,75%.

Oggi lo scenario è ribaltato. Secondo l’analista di eToro, il settore bancario rappresenta circa il 37,48% del FTSE MIB, con circa 257 miliardi di capitalizzazione complessiva a fine aprile 2026 — oltre il doppio del peso che aveva nel marzo del 2000. Le telecomunicazioni pesano invece appena l’1,40% dell’indice: Telecom Italia, erede di quel gruppo che nel 2000 valeva quasi 190 miliardi insieme a TIM, oggi capitalizza circa 15,7 miliardi. È proprio questa diversa composizione a rendere meno immediato il parallelo con la stagione speculativa di inizio millennio. Se allora i multipli riflettevano aspettative spesso scollegate dai fondamentali, oggi il mercato appare sostenuto da utili aziendali più robusti e da bilanci generalmente più solidi.

Debach segnala anche un elemento spesso trascurato nella lettura di questo record: il FTSE MIB è un indice price return, non total return, e non include quindi i dividendi reinvestiti. Rivalutando i 50.109 punti del marzo 2000 con il coefficiente ISTAT di inflazione accumulata (pari a 1,632), quel massimo storico equivarrebbe oggi a circa 81.800 punti. Il recupero nominale è dunque quasi completo, ma quello del potere d’acquisto reale resta ancora lontano.

Il rally italiano, sottolinea inoltre l’analista, non è più soltanto una storia bancaria. La somma di industriali, energia e utilities vale oggi circa il 35% dell’indice contro il 21% del 2000, con nuovi protagonisti come Prysmian — diventata simbolo del nuovo capitalismo industriale italiano grazie alla leadership nei cavi sottomarini e nelle infrastrutture legate ai data center — Ferrari, Moncler e Brunello Cucinelli.

Rally diffuso

Il record di Piazza Affari non è un caso isolato. Nella seduta di giovedì gli acquisti hanno sostenuto anche le principali Borse europee, ormai nuovamente vicine ai massimi storici toccati prima dell’esplosione delle tensioni in Medio Oriente: Francoforte ha chiuso in rialzo dell’1,31%, Madrid dello 0,87% e Parigi dello 0,78%. Il clima positivo si è esteso inoltre a Wall Street, con nuovi record per S&P 500 e Nasdaq Composite e il ritorno sopra i 50.000 punti per il Dow Jones. Il Dow Jones ha guadagnato 370,26 punti (+0,75%), lo S&P 500 è salito di 56,99 punti (+0,77%) chiudendo per la prima volta sopra i 7.500 punti, mentre il Nasdaq ha aggiunto 232,87 punti (+0,88%).