Economia

Pensioni, in Italia il buco vale già 6 punti di Pil. Tre strade (di successo) per cambiare il sistema

Il sistema pensionistico italiano è già entrato nella zona rossa. Oggi i costi della previdenza pubblica superano i contributi incassati per un valore pari a circa sei punti percentuali di Pil: il divario più ampio tra le grandi economie europee, tutte alle prese con lo stesso problema: meno nascite, più longevità, meno lavoratori attivi.
E il quadro è destinato a complicarsi ulteriormente. Entro il 2070, in Italia come in Germania, Francia e Spagna, ci saranno meno di due lavoratori per ogni pensionato, contro i tre attuali. È quanto emerge dal rapporto del BCG Henderson Institute, Old Continent, New Growth: Pension Reform as an Economic Engine for Europe, che sottolinea come la quota di spesa previdenziale in Italia raggiunga il 28% della spesa pubblica complessiva, un livello che rende particolarmente delicato qualsiasi ulteriore incremento del fabbisogno pensionistico.

La previdenza come motore finanziario

Il tema pensionistico – mette in evidenza lo studio – non riguarda soltanto la sostenibilità futura della spesa sociale. La previdenza rappresenta anche una delle principali destinazioni del risparmio delle famiglie europee e, se riorganizzata, potrebbe diventare uno strumento di finanziamento dell’economia reale.

Secondo lo studio, una riforma dei sistemi previdenziali di Germania, Francia, Italia e Spagna potrebbe generare fino a 4.100 miliardi di euro entro il 2040. Di questi, circa 2.000 miliardi potrebbero essere investiti nell’economia europea: oltre un quarto delle risorse che il Rapporto Draghi considera necessarie per rilanciare la competitività del continente.
Il punto centrale è semplice: una parte molto più ampia del risparmio delle famiglie potrebbe fluire verso strumenti previdenziali a capitalizzazione e quindi verso i mercati dei capitali, sostenendo allo stesso tempo pensioni future e investimenti produttivi.

“Con la loro crescita nell’elettorato, crescerà anche lo spazio politico per un dibattito più costruttivo su come l’Europa finanzia la pensione e la crescita”, afferma Nikolaus Lang, global leader del BCG Henderson Institute.

Tre strade possibili per cambiare il sistema

Lo studio individua tre modelli di riforma. Strade diverse, con differenti livelli di rischio fiscale e impatto sociale, ma tutte orientate allo stesso obiettivo: alleggerire la pressione sul sistema pubblico e creare nuova capacità finanziaria.
La prima ipotesi è quella dei fondi pensione nazionali finanziati a debito e gestiti in maniera indipendente. I rendimenti prodotti nel tempo servirebbero a coprire una quota delle pensioni future. È il modello scelto dalla Nuova Zelanda nel 2001: oggi il fondo vale circa il 20% del Pil del Paese.

Il secondo modello prevede di destinare una parte dei contributi obbligatori a conti individuali a capitalizzazione, mantenendo comunque una componente pubblica a ripartizione. La Svezia ha adottato questo schema alla fine degli anni Novanta e oggi gli attivi accumulati equivalgono a circa il 45% del Pil.

Il terzo pilastro è quello delle pensioni aziendali e di categoria. Nei Paesi Bassi oltre il 90% dei lavoratori aderisce a piani pensionistici occupazionali e il patrimonio accumulato ha raggiunto circa il 150% del Pil nazionale.

Il potenziale italiano: fino a 600 miliardi

Per l’Italia, avverte BCG, non tutte le strade sono percorribili allo stesso modo. L’elevato costo del debito rende più complessa l’ipotesi di un fondo nazionale finanziato tramite nuova emissione pubblica. Restano però concretamente praticabili le soluzioni basate sulla previdenza complementare e sui fondi occupazionali.

Ed è qui che si apre uno spazio enorme. Secondo le stime dello studio, il sistema italiano potrebbe generare tra 400 e 600 miliardi di euro di nuovi attivi previdenziali entro il 2040, pari al 16-23% del Pil. Fino a 385 miliardi arriverebbero dal rafforzamento delle pensioni occupazionali, il segmento dove il margine di crescita resta più elevato.

Come afferma Alessandra Catozzella, Managing Director e Partner di BCG,

“Il tasso di sostituzione della pensione pubblica è oggi intorno al 59% e scenderà al 52% entro il 2070. I fondi pensione negoziali, i fondi aperti e i PIP esistono proprio per chiudere questo gap: sono strumenti fiscalmente efficienti, già disponibili, ma ancora sottoutilizzati, soprattutto tra le fasce più giovani della popolazione.”

Gli italiani risparmiano, ma investono poco nella pensione

Il paradosso italiano è tutto qui: il risparmio c’è, ma resta fermo. Le famiglie continuano ad accantonare risorse per circa il 22-23% del Pil, privilegiando però liquidità, depositi e immobili. Nel frattempo, nonostante il Tfr sia universalmente diffuso, solo il 24% dei lavoratori possiede oggi un conto pensionistico individuale effettivamente investito.

Eppure la domanda potenziale esiste. Secondo BCG, il 70% degli italiani si dichiara interessato a soluzioni integrate di risparmio previdenziale, purché spiegate in modo semplice e trasparente. Il problema, dunque, non sembra essere la disponibilità al risparmio, ma la difficoltà di trasformarlo in pianificazione previdenziale di lungo periodo.