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Il tema del passaggio generazionale nelle famiglie imprenditoriali italiane non è mai stato così centrale. Nei prossimi anni, infatti, Millennial e Gen Z erediteranno non solo risorse economiche, ma anche responsabilità strategiche e potere decisionale che finora sono rimasti saldamente nelle mani della generazione attuale. Non parliamo semplicemente di un trasferimento di denaro, ma di una trasformazione culturale che investe il modo stesso di interpretare il concetto di patrimonio.
Proprio per comprendere meglio le aspettative, il ruolo e le visioni dei più giovani, la POLIMI School of Management – attraverso il gruppo di ricerca Innovation, Strategy and Family Business – ha condotto la survey “Next-gen Wealth”, in partnership con BNL BNP Paribas Private Banking & Wealth Management e con lo Studio Legale Withers. Si tratta della prima ricerca nazionale dedicata al rapporto che Millennial (nati tra il 1981 e il 1994) e Gen Z (nati tra il 1995 e il 2007) hanno con la ricchezza familiare e con la gestione dei patrimoni delle imprese di famiglia.
I giovani nelle aziende familiari: coinvolgimento crescente, ma con ruoli ancora limitati
Dai dati emerge un quadro interessante: la partecipazione delle Next gen all’interno delle aziende familiari è già significativa. Il 59% della Gen Z e il 72% dei Millennial è infatti già attivo in azienda. Un dato che segnala una disponibilità al coinvolgimento e un interesse concreto verso l’impresa di famiglia.
Nonostante questo, il ruolo ricoperto è spesso marginale. La “Now gen”, cioè la generazione attualmente al comando, continua a esercitare un controllo molto forte sulle decisioni strategiche. Lo conferma il 36% della Gen Z e il 47% dei Millennial, che descrivono la propria posizione come quella di “osservante”, con poche reali possibilità di incidere sulle scelte chiave. Solo il 15% degli intervistati parla di una gestione effettivamente condivisa.
Il risultato è un ingresso in azienda che si traduce spesso in un lungo apprendistato: il 44% dei Millennial e il 39% della Gen Z svolgono ruoli operativi, pensati più per “farsi le ossa” che per assumere responsabilità immediate. L’età media di ingresso – circa 26 anni – indica che molti arrivano in azienda già con percorsi esterni, anche internazionali, e competenze specifiche che aumentano il desiderio di avere voce in capitolo.
Il patrimonio come espressione di valori
Uno dei risultati più interessanti della survey riguarda il rapporto tra giovani e ricchezza familiare. Secondo i ricercatori Josip Kotlar ed Emanuela Rondi, tra i responsabili dell’indagine, le nuove generazioni attribuiscono alla ricchezza un significato più ampio rispetto al passato. Per loro, il patrimonio non è solo una leva economica, ma anche un’estensione della propria identità.
Questo approccio deriva dal contesto in cui sono cresciuti: dalla crisi economica alla digitalizzazione accelerata, fino ai nuovi modelli valoriali che mettono al centro sostenibilità, impatto sociale e responsabilità. Per molti giovani, dunque, investire significa agire secondo priorità etiche e contribuire a un cambiamento positivo, oltre che ottenere un rendimento.
La discontinuità con il passato è evidente, anche se non mancano gli ostacoli. L’allungamento della speranza di vita, per esempio, prolunga i tempi della leadership senior, rallentando il ricambio. Allo stesso tempo, la complessità crescente dei modelli familiari – tra divorzi, seconde unioni e famiglie monogenitoriali – rende più articolata la gestione della ricchezza.
Investimenti: i Millennial più coinvolti della Gen Z
Sul fronte finanziario, più della metà degli intervistati ha già effettuato almeno un’operazione di investimento. Il dato aumenta sensibilmente tra i Millennial familiari, dove si arriva al 72%.
Il confronto tra le generazioni, però, mostra una differenza significativa: i Millennial risultano più spesso coinvolti nelle decisioni di investimento rispetto alla Gen Z. Ben il 36,6% dei Millennial partecipa infatti attivamente alle scelte finanziarie, contro appena il 23,3% della Gen Z.
Un divario che, secondo i ricercatori, suggerisce un trend preciso: l’ingresso nelle scelte patrimoniali avviene in modo progressivo, spesso quando la spinta innovativa tipica della nuova generazione è già parzialmente attenuata. In altre parole, la responsabilizzazione arriva tardi e procede per gradi, limitando la possibilità dei più giovani di imprimere un vero cambio di passo.