Panama Papers: se l’Italia diventa il modello di Obama

13 Maggio 2016, di Alberto Battaglia

MILANO (WSI) – La trasparenza del sistema finanziario passa anche da qui: impedire a soggetti, spesso assai facoltosi, di nascondersi dietro alle shell companies, scatole societarie utili a veicolare operazioni illegali. Il fenomeno, che i Panama Papers hanno rivelato nella sua vastità allegandovi nomi e cognomi, ha spinto il presidente degli Stati Uniti a premere sul Congresso affinché agisca con decisione. Il valore in gioco è l’equità, che anima ogni democrazia degna di questo nome:

“Stiamo chiedendo alle banche e ad altre istituzioni finanziarie di prendere conoscenza, di verificare e riportare quali sono le persone fisiche dietro alle shell corporations che aprono conti presso di loro”, ha dichiarato il presidente Obama.

In Italia questo genere di società di comodo, pensate nella gran parte dei casi per camuffare il riciclaggio o l’evasione fiscale, non esiste: il genere di informazioni che l’amministrazione Obama sta richiedendo alle banche americane, nel nostro ordinamento sono sempre disponibili negli appositi registri. Lo sottolinea con decisione Domenico Cambareri, membro del consiglio nazionale del Notariato. Una pluralità di organizzazioni internazionali si stanno persuadendo del fatto che i costi sociali diffusi della mancata trasparenza sui beneficiari di certe pratiche illecite supera i vantaggi in termini di velocità e flessibilità.

In passato la maggiore immediatezza del sistema anglossassone ha dovuto scontare anche la sua maggiore esposizione alle frodi, come nei casi del Foreclosure Gate, che, per la falsificazione dei documenti relativi ai mutui, ha portato cinque fra le principali banche americane a pagare risarcimenti per 160 miliardi di dollari. Ma un altro rischio è che si possano formare delle “lacune” giuridiche “che ricchi individui e potenti società sfruttano a scapito delle famiglie della classe media “, ha dichiarato Barack Obama.

Secondo l’ultimo report della Financial action task force (Fatf o Gafi, in italiano), l’organizzazione nata su impulso del G7 per il contrasto al riciclaggio di denaro, le “autorità italiane hanno accesso a un ampio raggio di informazioni finanziarie”, a differenza di quanto avviene in altre realtà. La stessa Fatf precisa che, nella lotta al riciclaggio, “i notai giocano un ruolo chiave”, offrendo un “servizio altamente standardizzato”, “come nell’identificazione del cliente”.

Anche se non mancano osservazioni critiche alla categoria: “Nonostante la loro consapevolezza, i notai dimostrano meno sensibilità nell’affrontare i requisiti per clienti ad alto rischio, come le persone politicamente esposte” o in merito alle mancanze “nel processo utilizzato per riconoscere i beneficiari delle persone giuridiche”. Sono, comunque, riscontri importanti in un mondo che, scosso dallo scandalo dei Panama Papers, cerca nuovi modelli di trasparenza. Se il caso scoppiato nelle ultime settimane non rivela niente che non fosse già noto sotto l’etichetta dei “paradisi fiscali”, resta sotto gli occhi di tutti la risolutezza che sta imprimendo nelle agende politiche.

“Sul problema dei paradisi fiscali, un tempo sottovalutato, si stava già cambiando rotta”, spiega in un’intervista a Wall Street Italia il notaio Cambareri, “la sicurezza giuridica ha cominciato ad avere un valore economico”. E tale valore, prosegue il consigliere, è divenuto evidente anche ai privati, dopo i risarcimenti miliardari gravati sulle banche americane e britanniche per condotte “analoghe a quelle visibili nei Panama Papers”. I registri italiani, che siano immobiliari o societari sono divenuti un “modello, non a caso, anche per molti paesi emergenti”; “la svolta manifestata da Obama rappresenta il culmine di questa nuova tendenza” che sta mettendo a nudo i limiti del mero elogio della rapidità nello svolgimento degli affari.

Se si parla di trasparenza sulle informazioni societarie il modello italiano “è esemplare”, per la ricchezza d’informazioni dei registri relativi, alimentati per la maggior parte proprio dall’attività notarile, che nei Paesi di diritto anglosassone viene sostituita da altre figure legali che non posseggono lo stesso status di pubblico ufficiale. “I registri italiani sono totalmente informatizzati e rapidi”, ma soprattutto “contengono un abisso d’informazioni (identità dei soci, bilanci, …) in quelli analoghi di Stati Uniti o Inghilterra, non si trova quasi nulla”.

L’operatore che voglia venire a conoscenza di informazioni più accurate, in tali realtà di diritto anglosassone, dovrà affidarsi a costose due diligence. Per queste ragioni, secondo Cambareri decadono entrambi i due argomenti contro il sistema “latino”, la lentezza e la costosità. Le segnalazioni sul riciclaggio, inoltre, vengono segnalate circa nel 90% dei casi proprio dai notai, per quanto il Fatf indichi alla categoria di potenziare ulteriormente le proprie conoscenze sul fenomeno.

Eppure costituire una società direttamente da computer resta una realtà comoda, spesso offerta proprio da Stati come il Delaware, che fanno di questo genere di libertà un business… “Da noi, in realtà si impiega appena qualche ora in più”, spiega il notaio, “ma è presente un grande presidio di legalità. In caso di necessità di controllo si può accedere alle informazioni in modo assai più agevole”.