Pagamenti digitali, banche in ritardo sulle nuove regole

24 Ottobre 2017, di Pieremilio Gadda

Le banche europee non sono pronte al giro di boa regolamentare sul fronte dei pagamenti. Nonostante l’entrata in vigore della Direttiva Europea sui Pagamenti (Psd2), sia ormai imminente: 13 gennaio 2018. Secondo un’indagine realizzata da PwC all’inizio dell’estate, coinvolgendo 39 tra le maggiori banche europee dislocate in 18 Paesi, il 38% degli istituti si trova ancora nella fase preliminare di identificazione del possibile impatto del nuovo quadro normativo, solo 9 operatori hanno già avviato la fase di implementazione dei nuovi requisiti, 47 stanno definendo il proprio posizionamento. L’evidente ritardo si scontra con un’apparente consapevolezza della pervasività delle implicazioni che la Psd2 avrà sul business: Il 70% degli operatori infatti è convinto che la direttiva impatterà tutte le funzioni della banca. Al tempo stesso due terzi dei player intervistati vedono la nuova normativa come un’opportunità per modificare il proprio posizionamento.

Vale la pena ricordare che la PSD2 darà vita a un nuovo contesto competitivo, in cui banche e nuovi operatori potranno giocare alla pari nello sviluppo dei servizi di pagamento. Sulla base della nuova Direttiva,  infatti, le banche europee dovranno rendere disponibili a terze parti i dati relativi ai conti di pagamento dei clienti – previo il consenso dei correntisti – assicurando comunque un adeguato livello di sicurezza.

Se di fronte a questo radicale cambiamento di scenario le banche tradizionali giocheranno in posizione difensiva, correranno il rischio di perdere quote di mercato e profitti, a favore di nuovi player. “Molte banche nel 2018 si concentreranno innanzitutto sul profilo della compliance rispetto ai nuovi requisiti. Tuttavia la sola compliance, sebbene sfidante, non sarà l’unica preoccupazione – osserva Marco Folcia, Partner e PSD2 European Leader di PwC -. Le banche hanno infatti bisogno di definire una risposta strategica per scongiurare il rischio di essere disintermediate da nuove soluzioni di terze parti, più orientate alle esigenze del cliente. Dovranno quindi analizzare il contesto emergente dei servizi di pagamento ed identificare nuove opportunità di ricavo. La maggior parte degli intermediari finanziari ancora non si è attivata in tale direzione”.

Nell’ambito di questo studio, PwC ha interpellato le banche circa la preferenza rispetto a nuovi modelli di business. Il 50% de rispondenti aspira a posizionare la banca come una piattaforma di aggregazione, sviluppando pertanto un sistema aperto, che consenta ai partner di integrare i propri prodotti e servizi con l’offerta della banca, facendo leva su dati e API (Application Programming Interface) della banca stessa.

Attraverso l’impiego di API, le banche tradizionali potranno aprire la propria infrastruttura tecnologica e informativa a imprese e startup per far dialogare in modo automatico nuovi servizi e app con i sistemi della banca. In buona sostanza, con questo meccanismo, una fintech potrà ottenere una serie di comandi che permettano agli sviluppatori di integrare un qualsiasi servizio bancario all’interno del proprio software, con poche righe di codice, usando licenze e infrastruttura della banca.

 “Aprirsi in logica open banking e sviluppare nuovi modelli di collaborazione potrebbe portare nuove opportunità e stream di revenue per le banche, tuttavia solo poche banche potranno ragionevolmente riuscire a sviluppare un vero e proprio ecosistema con partnership – annota Folcia -. È infatti possibile che solo pochi soggetti saranno in grado di sopportare gli investimenti necessari e dare la possibilità di connettersi ad una molteplicità di terze parti, almeno fino a quando non vi saranno standard tecnologici comuni in Europa. È quindi chiaro che le banche dovranno realizzare un rigoroso self-assessment nella transizione al modello di open banking, riflettendo sul proprio posizionamento di mercato e vantaggi competitivi”.