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L’oro estende la fase di ribasso e consolida l’ingresso in territorio “bear market”, con gli investitori impegnati a smontare posizioni in un contesto di rafforzamento del dollaro e rendimenti obbligazionari elevati. In mattinata, il prezzo spot del metallo giallo ha ceduto fino al 2%, per poi ridurre le perdite e scambiare in calo attorno all’1-1,5% a 4.335,97 dollari l’oncia. I futures con consegna ad aprile hanno registrato flessioni superiori all’1%, mentre l’argento ha perso oltre il 3% sul mercato spot.
Dai massimi record alla fase ribassista
Il calo delle ultime settimane ha assunto dimensioni rilevanti. L’oro spot ha perso oltre il 22% dai massimi storici di fine gennaio, quando aveva toccato 5.594,82 dollari l’oncia. Solo nell’ultima settimana il metallo ha ceduto quasi il 10%, registrando la peggior performance dalla fase turbolenta del settembre 2011.
Il ridimensionamento segue un rally straordinario: nel 2025 l’oro aveva guadagnato più del 64%, sostenuto da tensioni geopolitiche, acquisti delle banche centrali e timori sulla sostenibilità fiscale globale. Dopo una corsa di tale portata, molti operatori considerano fisiologica una fase di consolidamento, accentuata da prese di profitto e riduzione della leva finanziaria.
Secondo diversi strategist, la flessione recente riflette soprattutto fattori tecnici e di posizionamento. Nelle fasi di stress, gli investitori tendono a liquidare le posizioni più profittevoli per generare liquidità o coprire margin call. Questo schema si è ripetuto anche durante l’ultima escalation geopolitica: l’oro aveva inizialmente beneficiato della domanda di bene rifugio, per poi arretrare quando i portafogli sono stati ribilanciati.
Allo stesso tempo, il movimento si inserisce in un quadro macro più sfavorevole per i metalli preziosi: l’indice del dollaro è salito dello 0,5% nella seduta (+3% dall’inizio del conflitto), rendendo l’oro, quotato nella valuta statunitense, più costoso per gli investitori in altre valute. Parallelamente, i rendimenti dei Treasury restano su livelli elevati: il decennale statunitense è salito di circa 5 punti base al 4,38%, riducendo l’attrattività di un asset privo di cedola. A pesare anche la revisione delle attese sulla politica monetaria: l’inflazione persistente riduce la probabilità di tagli aggressivi dei tassi da parte della Federal Reserve, mantenendo i rendimenti elevati.
Strategist divisi sul breve, ma costruttivi sul lungo periodo
Nonostante la correzione, molti osservatori mantengono una visione positiva nel medio-lungo periodo. L’aumento della domanda da parte delle banche centrali, la frammentazione geopolitica e le preoccupazioni fiscali continuano a sostenere l’attrattività del metallo come bene rifugio.
La fase attuale appare dunque come una correzione dopo un rally eccezionale, amplificata da fattori macro e tecnici. Se il dollaro dovesse indebolirsi e i rendimenti stabilizzarsi, l’oro potrebbe tornare a beneficiare delle stesse forze strutturali che lo hanno portato ai massimi storici nei mesi scorsi.
Alcune case di investimento considerano la discesa un’opportunità di ingresso. Le stime indicano obiettivi compresi tra 5.000 e 6.000 dollari entro fine anno, mentre le previsioni più aggressive spingono il target fino a 10.000 dollari entro la fine del decennio. In questo scenario, il recente arretramento verrebbe interpretato come una fase di deleveraging temporaneo piuttosto che come un cambio di regime.
Secondo diversi strategist, il metallo potrebbe trovare un supporto tecnico nell’area dei 4.100 dollari l’oncia, prima di tentare un recupero verso quota 5.300-5.400 dollari nei prossimi mesi, una volta esaurita la fase di riduzione delle posizioni.
Un eventuale indebolimento del dollaro rappresenterebbe il principale catalizzatore per una ripresa. Le attese di futuri tagli dei tassi da parte della Federal Reserve restano infatti un elemento chiave per il metallo giallo: rendimenti in calo e valuta più debole tendono storicamente a favorire l’oro.