UBP: Gli indici CDS hanno superato il crash test del Covid-19

27 Aprile 2020, di Olivier Debat (UBP)

La crisi del Covid-19 ha causato all’interno dei portafogli grandi sconvolgimenti sia per le posizioni azionarie sia per quelle obbligazionarie. Il flusso di notizie ha talvolta provocato vendite indiscriminate, causando l’improvvisa ricomparsa del rischio di liquidità, o meglio, del rischio di illiquidità, come fattore principale nelle decisioni di investimento. Tuttavia, durante le recenti turbolenze, gli indici CDS hanno confermato il loro status di strumenti di mercato liquidi, superando tranquillamente il crash test del Covid-19.

Sia il mercato azionario che quello obbligazionario hanno sofferto di un calo di liquidità, causato da stress di mercato e da vendite forzate. Tutti gli indicatori di liquidità, come il bid-ask spread, puntano nella stessa direzione: c’è meno liquidità per i titoli a media capitalizzazione e, in modo molto meno evidente, anche per i titoli statunitensi ed europei a grande capitalizzazione (sulla base degli indici S&P 500 e Eurostoxx 50). Anche i corporate bond ne hanno risentito.

Tutti i segmenti del mercato del credito sono stati colpiti. Alcuni fattori tecnici hanno peggiorato la situazione per il credito investment-grade USA a breve termine, in quanto gli investitori tendono a utilizzare questi titoli (così come i Treasury statunitensi) come garanzia collaterale per le posizioni a leva. La volatilità del mercato ha poi portato a margin call, e quindi gli investitori hanno incassato queste partecipazioni.
Poiché questo segmento di mercato è anche quello in cui gli investitori parcheggiano la loro liquidità e hanno una minore tolleranza per il rischio, la vendita di queste posizioni ha subito una battuta d’arresto. Quando la liquidità diminuisce, i bid-ask spread tendono ad allargarsi e sia l’acquisto che la vendita diventano più difficili durante i picchi di volatilità. Ciò è evidente negli ETF obbligazionari, che hanno visto i loro prezzi disancorarsi dai loro benchmark. Tuttavia, gli indici CDS si sono distinti dai titoli obbligazionari per la stabilità dei loro profili di liquidità.

In primo luogo, i costi di transazione dell’indice CDS (come dimostrato dai bid-ask spread) sono una frazione di quelli sostenuti per la negoziazione di obbligazioni, che trascinano verso il basso i rendimenti, in particolare nel segmento ad alto rendimento. Per gli indici CDS high yield, lo spread bid-ask è di 15-25 centesimi. Gli indici CDS rappresentano inoltre circa l’80% dei volumi giornalieri di negoziazione nel mercato del credito denominato in euro. Infine, i volumi di negoziazione degli indici CDS aumentano in periodi di stress.
Nel marzo 2020 i volumi dell’indice CDS ad alto rendimento in Europa sono passati da una media di 5 miliardi di euro al giorno a 20 miliardi di euro al giorno, con un balzo del 300%. Per l’indice investment-grade negli Stati Uniti, i volumi sono aumentati di quasi il 400%, passando da 24 miliardi di dollari a 118 miliardi di dollari.

Gli strumenti più liquidi funzionano meglio durante i periodi di stress, a differenza di quelli meno liquidi. Questo è stato chiaramente confermato durante la recente crisi del Covid-19. Gli indici dei CDS si sono dimostrati più resistenti delle obbligazioni tradizionali, come dimostrano sia gli indici obbligazionari sia gli ETF.
Questo vantaggio in termini di liquidità si manifesta durante i periodi di stress, ma anche durante le riprese, quando gli investitori dispiegano le coperture del credito e nel medio termine, soprattutto perché i loro costi di transazione sono quasi nulli. La crisi di Covid-19 è stata un vero e proprio crash test per gli indici CDS, che hanno superato la prova a pieni voti. Ha confermato i vantaggi in termini di liquidità di questi strumenti per gli investitori, accanto o al posto delle tradizionali strategie obbligazionarie.