Neuberger Berman: coronavirus e rischio di portafoglio

4 Febbraio 2020, di Erik Knutzen (Neuberger Berman)

La volatilità che ha interessato i mercati la settimana scorsa è chiaramente riconducibile alla diffusione del coronavirus fuori de i confini cinesi. Le dimensioni e la portata della volatilità – osservabile nei mercati azionari e valutari nonché in quelli del credito, dell’energia, dei metalli e dei beni rifugio – quantificano il livello d’incertezza che sta accompagnando l’epidemia nelle sue fasi iniziali.

L’evento ha distolto l’attenzione degli investitori dalla Brexit (finalmente una realtà), dalle ultime decisioni della Fed, dall’andamento dell’indice PMI cinese e dal PIL del quarto trimestre di Stati Uniti ed Eurozona. La circolazione di tutte queste notizie nel corso della settimana scorsa ha generato un mix favorevole per il quadro di bassi tassi e crescita lenta, ma costante, tracciato nel nostro ultimo Asset Allocation Committee Outlook.

Siamo anche dell’avviso che le condizioni economiche prevalenti abbiano giocato effettivamente un ruolo rilevante nella risposta dei mercati a questa improvvisa emergenza sanitaria. Il timore di non sapere quanto ancora durerà il ciclo attuale e gli alti livelli raggiunti dalle valutazioni in numerosi mercati hanno già acuito la sensibilità degli investitori al rischio.
Gli investitori non devono affatto ignorare questi fattori sottostanti, a prescindere dai catalizzatori potenzialmente in grado di scatenare un’avversione al rischio nei mercati.

 

Misure di contenimento

Partiamo dal principio: il coronavirus (2019-nCoV) costituisce un pericolo per l’uomo. Secondo alcune stime iniziali, i soggetti a rischio di contagio si contano nell’ordine delle decine di migliaia di persone. Il nostro pensiero va in primis ai nostri colleghi e ai nostri clienti che sono esposti a questo rischio, in Cina e in tutto il mondo. Auguriamo a tutti di mantenersi in salute e speriamo che le misure di contenimento dell’epidemia vengano attuate velocemente.

Ma il virus rappresenta un problema anche sul versante dell’economia. Dopo il Capodanno Lunare cinese, le fabbriche non hanno riaperto i battenti, le catene di distribuzione sono in pericolo, i voli sono stati sospesi e i negozi stanno chiudendo i battenti.

Non è affatto fuori luogo un confronto con la precedente epidemia, cioè quella della SARS (Severe Acute Respiratory Syndrome, sindrome respiratoria acuta grave) del 2002-03, che secondo le stime avrebbe inciso per tre punti percentuali sul tasso di crescita annualizzato del PIL cinese e dello 0,1% sul PIL globale. Nei primi quattro mesi del 2003, le azioni cinesi registrarono una flessione del 10% circa. In seguito recuperarono il terreno perduto, ma solo quando fu chiaro che il pericolo del virus era stato arginato, vale a dire nel terzo trimestre.

Dobbiamo aspettarci anche questa volta un simile andamento a V?

Il nuovo virus è diverso da quello che causava la SARS. Fortunatamente pare che abbia un tasso di mortalità inferiore, vale a dire del 2-3% anziché dell’8-10%. Proprio questo fatto, tuttavia, nonché i tempi di incubazione più lunghi potrebbero favorirne una diffusione più rapida, più ampia e più prolungata. I casi accertati di 2019-nCoV sono già più numerosi di quelli della SARS.

Anche l’economia cinese di oggi non è la stessa del 2003. È otto volte più grande, più integrata nel sistema economico mondiale e più basata sui servizi e sui consumi, due ambiti particolarmente vulnerabili alle politiche di contenimento delle malattie, in particolare nel periodo del Capodanno Lunare caratterizzato da una grande attività. Tutti questi fattori potrebbero determinare un impatto economico maggiore rispetto a quello della SARS, sia in Cina, sia nel resto del mondo.

Quando scoppiò l’epidemia di SARS, Pechino venne criticata per essere intervenuta con eccessiva lentezza. Forse anche per quello la risposta delle autorità cinesi al 2019-nCoV è stata estremamente aggressiva, con la chiusura della città di Wuhan, enorme capoluogo della provincia di Hubei, che per dimensioni supera Londra o New York di un buon 40%.

Quasi certamente l’iniziativa contribuisce alle misure di contenimento, proprio come la dichiarazione di uno “stato di emergenza sanitaria internazionale” da parte dell’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità). Ma le ripercussioni di breve termine sull’economia potrebbero essere negative. Ad ogni modo, la Cina si è abituata a servirsi di strumenti efficaci per contrastare il rallentamento della crescita: le principali banche commerciali del Paese hanno già ridotto i tassi di interesse per le aziende della provincia di Hubei.

 

Certezza

Nella giornata di venerdì, cioè mentre scrivo queste righe, è ragionevole stimare che il 2019-nCoV produrrà sull’economia e sui mercati un impatto di portata simile a quella della SARS, cioè una perdita dello 0,1% sul PIL globale che, nel lungo termine, verrà recuperata, anche se questa volta è probabile che le tempistiche si allungheranno.

Ci rincuora sentire che forse l’epidemia toccherà presto il picco e che un vaccino potrebbe essere disponibile già fra tre mesi. Ma dati i lunghi tempi di incubazione del virus, si dovrà aspettare fino alla metà di febbraio, o anche oltre, prima di poter dichiarare con sicurezza che le misure di contenimento sono state efficaci.

Siamo dell’avviso che tale certezza sia indispensabile per consentirci di prendere decisioni d’investimento ragionate. Per il momento, i mercati stanno cercando di capire come scontare questo nuovo sviluppo. Dapprima hanno accolto con favore l’incredibile rapporto sugli utili pubblicato da Apple, che in Cina produce gli iPhone e sempre in Cina genera il 17% dei propri ricavi. Subito dopo, quando hanno saputo che Starbucks in Cina stava chiudendo la metà dei propri locali, hanno travolto il titolo della catena americana con un’ondata di vendite, trascinandolo al ribasso.

In conclusione, pur attendendoci che le conseguenze del coronavirus presenteranno un andamento a V analogo a quello della SARS, escludendo quindi la necessità di attuare nuove coperture di portafoglio, allo stesso tempo non consigliamo di sfruttare l’attuale volatilità per aumentare in modo aggressivo l’esposizione al rischio. Per il momento continuiamo a monitorare con attenzione la situazione, non solo sui normali canali di informazione, ma anche attraverso la nostra piattaforma di ricerca globale, relativamente ai settori interessati, dalle linee aeree alle reti di vendita al dettaglio, dai cosmetici ai prodotti farmaceutici.

La diversificazione – tra fonti di reddito diverse dai titoli di Stato, nelle strategie decorrelate, nei mercati delle materie prime che possono ridurre l’impatto degli eventi avversi, nelle strategie basate su temi di investimento che guardano oltre il ciclo – costituiva già il nostro approccio preferito al contesto di fine ciclo.
Nel quadro attuale, tutto questo non cambia. Può infatti contribuire a moderare la volatilità e a mantenere la necessaria agilità per esporsi al rischio quando sarà il momento giusto.