Mercati penalizzati da inflazione ed Ucraina, cosa fare

8 Marzo 2022, di Matteo Ramenghi (Ubs)

Il 2022 sui mercati è partito male: l’azionario globale è sceso di circa il 10% da inizio anno, il petrolio ha superato i 120 dollari al barile (Brent), l’obbligazionario non ha aiutato a compensare queste perdite e offre rendimenti inferiori all’inflazione.

Nelle prime settimane dell’anno la variante Omicron e l’inflazione hanno pesato sui mercati finanziari. L’impatto economico della pandemia si è concentrato soprattutto tra dicembre e gennaio nelle principali economie avanzate, dove stimiamo un impatto negativo di circa 0,3-0,4% sul PIL 2022.

L’inflazione e i rincari dei costi energetici erano un tema segnalato dalle aziende già dallo scorso anno, ma negli ultimi mesi hanno superato ampiamente le attese degli economisti, facendo presagire una stretta monetaria.

La scorsa settimana la Federal Reserve ha confermato le sue intenzioni di alzare i tassi a breve perché l’inflazione si è diffusa anche tra le retribuzioni. Nella zona euro, invece, è un fenomeno prettamente legato all’importazione di materie prime, nonostante ciò, la Banca centrale europea (BCE) probabilmente fermerà le immissioni di liquidità e potrebbe alzare i tassi verso la fine dell’anno.

A dominare la scena sui mercati è però la guerra in Ucraina: oltre alle drammatiche conseguenze per la popolazione, non mancano le ripercussioni economiche. L’invasione dell’Ucraina ha portato a crescenti sanzioni nei confronti della Russia, che avranno ricadute sistemiche e implicazioni dirette sulle materie prime, con riflessi quindi anche per l’Europa. Russia e Ucraina rappresentano meno del 3% del PIL mondiale, ma sono strategiche per quanto riguarda un’ampia rosa di materie prime tra le quali petrolio, gas, molti metalli e grano.

Le ramificazioni economiche sono quindi ampie e non sempre immediatamente valutabili. Si tratta evidentemente di una situazione molto fluida che potrebbe avere esiti binari, anche per i mercati, a seconda dell’andamento delle trattative.

Inoltre, la guerra potrebbe spingere ulteriormente l’inflazione, ma crea anche molta incertezza; per questo, potrebbe indurre le banche centrali a dar precedenza alla crescita rispetto al controllo dell’inflazione, posticipando quindi i rialzi dei tassi – almeno in Europa. Anche se ogni crisi è diversa dalle precedenti, solitamente le crisi geopolitiche portano a correzioni profonde ma di breve durata per le borse.

Questi impatti, seppur materiali, sopraggiungono in un anno nel quale la crescita attesa era vicina al 4% sia per gli Stati Uniti che per l’Europa. Questa crescita è spinta da fattori legati alla domanda interna, come gli investimenti pubblici, gli incentivi fiscali e la redistribuzione, ed è quindi meno vulnerabile. Nonostante un primo trimestre ormai compromesso, il contesto economico di fondo resta complessivamente positivo in assenza di scenari di allargamento del conflitto, che per il momento speriamo siano meno probabili.

Cosa fare sui mercati

Tatticamente, abbiamo ridotto il nostro posizionamento sull’azionario a neutrale a causa dell’elevata volatilità. Inoltre, abbiamo portato anche le azioni dell’eurozona a neutrali, alla luce dell’aumento dell’incertezza e del potenziale di revisione al ribasso per le previsioni di crescita dell’economia e del continente.

Gli investitori possono inoltre considerare diverse misure per affrontare questo periodo così complesso. Le materie prime e il settore dell’energia possono fornire protezione nei confronti dell’inflazione e dei rischi geopolitici. La sovraperformance del settore da inizio anno potrebbe continuare in considerazione dei rialzi del prezzo del petrolio, mentre gran parte dei titoli petroliferi resta al di sotto dei livelli pre-COVID.

Restando sul tema dell’energia, la forte correzione dei titoli azionari collegati a tecnologie verdi, energie rinnovabili ed efficienza energetica potrebbe offrire nuove opportunità d’ingresso in un trend che, con tutta probabilità, caratterizzerà l’intero decennio. Di fatto questi titoli sono stati coinvolti nelle medesime dinamiche che hanno spinto al ribasso i titoli tecnologici, con cui condividono in effetti un elevato tasso d’innovazione e una rapida crescita degli utili.

Tuttavia, i governi continueranno a investire in modo consistente per contenere le emissioni di CO2 e, probabilmente, i recenti avvenimenti costituiscono un ulteriore incentivo a diversificare le fonti energetiche.

Anche il settore farmaceutico può dare un contributo difensivo e beneficia di temi strutturali, come l’invecchiamento della popolazione. Ha fatto male durante la pandemia perché sono diminuite le diagnosi di patologie minori, ma ha spazio di recupero e resta tra i nostri preferiti, soprattutto in questo contesto.

Inoltre, la Cina può offrire potenziale di diversificazione perché persegue un modello economico diverso rispetto all’Occidente e le rispettive congiunture economiche e monetarie sono spesso disallineate: mentre oggi le banche centrali occidentali riducono la liquidità, la People’s Bank of China ha tagliato i tassi e ridotto i requisiti di liquidità delle banche. Siamo neutrali su questo mercato per via dei cambiamenti regolamentari, ma strategicamente l’azionario cinese può contribuire a una migliore diversificazione del portafoglio.

Nonostante un parziale recupero nell’ultima settimana, sull’obbligazionario prevale ancora la cautela, essendo i rendimenti offerti da gran parte del comparto inferiori all’inflazione. Una potenziale fonte alternativa di rendimento è rappresentata dalla volatilità: è uno dei principali motori del prezzo delle opzioni. Le strategie basate sulla vendita di volatilità possono permettere agli investitori di ottenere rendimenti maggiori per compensare, almeno in parte, le difficoltà del mercato obbligazionario.