Inflazione, sul rialzo tassi braccio di ferro tra banche centrali e mercati

26 Maggio 2021, di Carlo Benetti (GAM)

L’attesa dell’inflazione sembra essersi conclusa all’inizio di maggio, quando la rilevazione dei prezzi al consumo di aprile negli Stati Uniti ha mostrato il balzo di +4,2% rispetto all’anno precedente, molto superiore alle previsioni di un già largo +3,6%.
Il riflesso pavloviano dei mercati è stato il nervosi­smo, le borse hanno ceduto sulla paura che la Fed si trovi costretta a intervenire prima che l’economia si scaldi troppo. La scorsa settimana è stata per i listini la peggiore degli ultimi tre mesi.
La ripresa economica e i massicci stimoli governativi fanno te­mere che l’inflazione possa sfuggire di mano: sono aumentate le materie prime, i costi dello shipping, i costi dei servizi. Le attese di inflazione sono ai livelli più alti da 15 anni, il tasso di break-even del titolo americano a 5 anni, buon indicatore delle attese di mercato, ha superato 2,7%, il livello più alto dal 2006.

I movimenti anomali dei prezzi nella scorsa primavera alterano la misurazione, dicono alla Fed, è il cosiddetto “effetto base” che, beninteso, è sempre presente ma questa volta l’eccezionalità delle circostanze ne amplifica la rilevanza. Le sospensioni delle attività economiche e commerciali nella pri­mavera 2020 hanno spinto in territorio negativo il movimento dei prezzi poi, con il progressivo ritorno alla normalità, le pressioni sui prezzi si sono allentate e la misurazione sui dodici mesi rileva meccanicamente un risultato fuori scala.
Gli economisti della Fed di Dallas hanno provato a isolare l’effetto base prendendo in considerazione l’inflazione media dal febbra­io 2020, quando la pandemia ha cominciato a diffondersi.
Il loro calcolo “cattura” il crollo dei prezzi della scorsa primavera, il successivo ripristino dell’attività economica e il recente balzo all’insù che incorpora “la combinazione di riaperture, strozzatu­re nell’offerta e l’aumento dei costi delle materie prime”. Se si considera il periodo eccezionale come singolo episodio, non si registra quella accelerazione meccanica che invece è incorpora­ta nel +4,2%.

Negli Stati Uniti le metriche maggiormente impiegate sono il Consumer Price Index (CPI) e il Personal Consumption Expen­ditures Price Index (PCE): differenti criteri di misurazione danno evidentemente risultati diversi. La misura seguita dalla Fed è l’in­dice dei prezzi “core PCE” ovvero i l’indice della spesa per con­sumi (Personal Consumer Expenditure) depurata dagli elementi volatili degli alimentari e dell’energia. Normalmente il deflatore utilizzato dalla Fed segue il movimento dell’indice dei prezzi al consumo (CPI) ma più in basso.

Agli argomenti sulla temporaneità di un’inflazione sopra il livel­lo desiderato, altri oppongono il protrarsi nel tempo delle stroz­zature nell’offerta: il prezzo del rame riflette la scarsezza di un metallo industriale così importante nella transizione energetica, l’”onshoring” e l’accorciamento delle catene del valore mitigano i rischi di dipendenza in caso di crisi ma aumentano alcuni costi e l’inflazione può rivelarsi uno strumento per abbassare il peso reale del debito senza pagare costosi dazi politici.

Il tiro alla fune tra mercati e banche centrali, alla fin fine, è attorno alla temporaneità o permanenza del fenomeno. La Fed continua a vedere il primo aumento dei tassi nel 2023, i mercati non le credono e tirano la corda verso metà 2022. Sarà cruciale il mercato del lavoro negli Stati Uniti, l’adegua­mento delle paghe orarie e gli eventuali effetti incorporati nelle aspettative di inflazione nel lungo termine, nel decennio passato abbiamo tutti visto, banchieri centrali compresi, che l’inflazione è rimasta sopita anche con i più bassi livelli di disoccupazione.

Ai dati di inflazione e occupazione si sono aggiunti quelli sulle vendite al dettaglio, negativi dopo l’efferve­scente +10,7% del mese precedente. Un’escursione così ampia mette in luce almeno due contraddizioni. La prima è diventata familiare, le cattive notizie dal fronte dell’e­conomia reale spingono in avanti la necessità di politiche mone­tarie meno espansive.
Se l’economia incespica e vacilla, procura nuovo tempo alle banche centrali, i tassi restano bassi, la liquidi­tà abbondante, gli alcolici continuano a girare. La seconda contraddizione è quella di vendite al dettaglio effer­vescenti in marzo ma negative il mese dopo, con l’affievolimento degli effetti degli stimoli governativi.

L’economia americana non balla ancora da sola, sembra aver ancora bisogno di aiuto. I dati sul lavoro e sulle vendite al dettaglio hanno alleggerito il nervosismo delle borse e i movimenti al rialzo dei titoli a dieci anni sono in parte rientrati.
È quasi certo che nelle prossime settimane e mesi l’inflazione continuerà ad essere al centro dell’attenzione e dei commenti, potrà crescere ancora a causa dei prezzi delle materie prime, per i colli di bottiglia nell’offerta, per l’effetto degli stimoli monetari.

Non perdiamo di vista le notizie sugli utili societari, l’85% delle società dello S&P 500 ha battuto le attese, i prezzi scontano il successo nelle campagne vaccinali e il ritorno alla normalità. Nonostante la pausa, il tema dominante del prossimo futuro continuerà ad essere la “grande rotazione”, il ritorno del favore ai settori più colpiti dalla pandemia. Dunque, è presto per eccessi di reazione, confermiamo la preferenza alle azioni diversificando con i mercati emergenti e gli investimenti tematici, dall’altra parte dello spettro cerchiamo protezione con strategie decorrelate e con la adattabilità di quelle multiasset flessibili.