Covid seconda ondata, probabilità e conseguenze per i mercati

16 Luglio 2020, di Shamik Dhar (Bny Mellon Investment Management)

Molti temono l’arrivo di una seconda ondata di Covid-19, sia per le ricadute umane sia per le conseguenze economiche. Tuttavia, non riteniamo che sia lo scenario più probabile. Nelle nostre stime, una seconda ondata che sia associata a una ripresa dell’economia con un andamento a “U” o a “W” ha una probabilità di verificarsi pari al 30%.

In questo scenario, il ritorno diffuso e sostanziale dei casi di Covid-19 nell’emisfero settentrionale in autunno-inverno determinerebbe un ritorno a un lockdown parziale o totale nonostante la migliore preparazione dei sistemi sanitari ad affrontare la situazione. Gli investitori assisterebbero a una brusca caduta dell’attività economica; la rinnovata debolezza delle economie già vulnerabili e l’incertezza scatenerebbero un sentiment di avversione al rischio che durerebbe ben più a lungo di quanto visto a febbraio e marzo. Il secondo scossone dei mercati finanziari riporterebbe i titoli ai minimi di marzo e i rendimenti dei titoli del Tesoro sarebbero spinti allo 0%. Le autorità monetarie farebbero fatica a contenere questo calo e lo stress sui mercati dei finanziamenti in dollari accelererebbe, soprattutto per quei Paesi non inclusi negli accordi esistenti della Fed sulle linee di swap. I mercati raggiungerebbero i minimi a metà del 2021 e il PIL globale non tornerebbe ai livelli pre-crisi prima della seconda metà del 2022.

C’è anche la probabilità che una seconda ondata abbia un impatto permanente sulla produzione a causa dell’effetto dirompente sulle filiere produttive, che accelererebbe il trend in corso di deglobalizzazione. Attribuiamo a questo scenario una probabilità del 15%.

Il nostro caso base, lo scenario più probabile a nostro avviso, esclude una seconda ondata e prevede una ripresa a “V”. Ci aspettiamo che questa ipotesi, in base alla quale i lockdown e l’attività economica globale hanno superato il peggio, abbia una probabilità del 50. Ciò si basa sull’assunto che i sistemi sanitari siano in grado di gestire i nuovi focolai, prevenendo un secondo round di blocco delle attività. In tal caso il PIL della maggior parte dei Paesi tornerebbe ai livelli pre-crisi entro la seconda metà del 2021.

 Le prossime mosse delle autorità monetarie

Attualmente i mercati non includono nelle valutazioni alcun aumento dei tassi nella maggior parte delle economie avanzate e per il futuro prevedibile. I mercati delle opzioni suggeriscono invece una probabilità significativa di tassi negativi negli USA entro la fine del 2020 o nella prima metà del 2021.

Ci aspettiamo che le politiche monetarie restino accomodanti nel corso dei prossimi due anni, mantenendo i rendimenti bassi e continuando più in generale a supportare le condizioni finanziarie. Una seconda ondata di Covid-19 potrebbe rappresentare una sfida per le autorità, che avrebbero minori risorse per limitare l’impatto del deterioramento del sentiment di mercato. Nondimeno, ci aspettiamo che i governi e le Banche Centrali continuino a fare “tutto il possibile” per stabilizzare i mercati.

Vi è anche ragione di temere che una seconda ondata di Covid-19 limiti l’efficacia delle politiche monetarie. Con i tassi di interesse già così bassi, vi è ben poco spazio per misure convenzionali; tuttavia, persiste l’opportunità di utilizzare programmi di acquisto titoli sotto il quantitative easing. Ci aspettiamo che questi restino una componente essenziale dell’azione delle Banche Centrali di qui in avanti.

Il dollaro USA come indicatore dell’economia globale

Nel breve termine, il dollaro potrebbe agire come barometro della stabilità finanziaria globale, rafforzandosi all’aumentare degli stress, per poi indebolirsi al ritornare della fiducia nella solidità della finanza globale. In media, riteniamo probabile che il dollaro resti sostanzialmente stabile nel lungo periodo, con però dei picchi di volatilità superiori al normale e un orientamento al rialzo. Questo outlook non è diverso da quanto già il mercato non incorpori nei prezzi, dati i differenziali piuttosto contenuti tra i tassi di interesse delle principali economie e il calo degli indici di stress su base inter-valutaria. Ancora una volta, la nostra visione si fonda sulla disponibilità delle Banche Centrali di fornire liquidità in dollari nel caso di una nuova crisi.

Restiamo cauti sulle valute emergenti dei Paesi con un elevato debito in dollari e vulnerabilità in termini di finanziamenti esterni, che potrebbero quindi rischiare nuove, massicce svalutazioni per le relative valute (come ad esempio Turchia e Sud Africa). Se ci fosse una seconda ondata di Covid-19, ci aspetteremmo un forte rialzo del dollaro, con un aumento delle pressioni sui finanziamenti, suprattutto per i mercati emergenti.